Nel quartier generale dell’Aia, esperti provenienti da 28 Paesi, Europol e Interpol hanno analizzato 377 set di dati geolocalizzando 147 vittime e identificando in via preliminare 18 minori sottoposti ad abusi, oltre a cinque aggressori attivi su scala globale.
Nel corso della diciannovesima edizione della Task Force per l’Identificazione delle Vittime (Vidtf), l’Italia ha deciso di compiere un passo decisivo adottando ufficialmente questo specifico format di investigazione. 
L’adozione da parte dell’Italia e della Polonia del modello di lavoro sviluppato dall’agenzia europea rappresenta un’evoluzione strutturale nelle strategie di prevenzione e repressione dei reati informatici contro i minori. Il sistema si basa sulla condivisione diretta delle informazioni all’interno della stessa stanza operativa, dove circa trenta funzionari internazionali incrociano elementi di intelligence provenienti da diversi Paesi.
“Ricevere un riscontro in tempo reale sui casi su cui abbiamo lavorato in precedenza – ha dichiarato l’ufficiale che rappresenta la Nuova Zelanda – direttamente dai rappresentanti di altri Paesi, è prezioso e incoraggiante“. L’approccio collaborativo ha dimostrato di poter accelerare lo scambio di piste investigative concrete, trasformando l’Hub dell’Aia in un punto di riferimento per gli Stati membri che ora replicano le medesime procedure a livello nazionale.
L’ingresso dell’Italia nel format internazionale per smantellare le reti di sfruttamento
Attraverso il sistema di analisi di immagini e video noto come IVAS, gli esperti esaminano e classificano il materiale digitale per creare pacchetti informativi arricchiti da inviare agli organi inquirenti dei singoli Paesi. La storia della VIDTF, attiva dal 2014, conta complessivamente 1.260 vittime identificate, 348 arresti, 8.642 serie di dati analizzate e 2.608 contatti operativi inviati.
I risultati di questo metodo avevano già mostrato la propria efficacia nel corso dell’edizione 2025, quando un’esperta ha condiviso un ingente quantitativo di dati relativi a un singolo caso nazionale, permettendo di rintracciare un predatore seriale. 
“La maggior parte erano bambine, la più piccola di soli nove anni – ha spiegato un’esperta della Vidtf attiva da oltre un decennio – identificate e messe in salvo dopo aver ricostruito i dettagli dell’adescamento“. L’incrocio dei fotogrammi consente di risalire ai contesti di produzione del materiale anche a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione online.
Oltre alle sessioni operative bisettimanali, la lotta al crimine si avvale della campagna permanente “Stop Child Abuse – Trace an Object“, attiva dal primo giugno 2017 per sollecitare il pubblico a individuare dettagli visivi come indumenti, sfondi e oggetti. Questa iniziativa ha raccolto oltre 28.600 segnalazioni, consentendo l’avvio di 23 indagini nazionali, l’identificazione di 35 vittime e l’individuazione di 9 responsabili, a fronte di 319 oggetti pubblicati di cui 131 ricollegati ai probabili Paesi di origine.
Europol ha inoltre ribadito l’obbligo rigoroso di utilizzare la dicitura “materiale pedopornografico” eliminando la formula “pornografia infantile” dai resoconti e dalle notizie giornalistiche. “L’uso del termine pornografia infantile favorisce i pedofili – ha chiarito l’agenzia europea in una nota per i media – in quanto suggerisce legittimità e acquiescenza da parte della vittima, anziché indicare una situazione reale in cui un bambino è stato abusato“.





