Nello studio milanese degli avvocati Mauro Straini ed Eugenio Losco, l’infettivologo Nicola Cocco ha affrontato la bufera giudiziaria sollevata dalla Procura della Repubblica di Ravenna.
Parliamo dei presunti certificati medici falsi stilati per evitare il trasferimento dei migranti nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Con ventitré perquisizioni già scattate a carico di sanitari in varie città italiane e un’ipotesi d’accusa che prefigura un coordinamento nazionale volto a ostacolare i provvedimenti amministrativi, l’esperto di medicina delle migrazioni risulta al momento l’unico indagato per associazione per delinquere. 
L’inchiesta condotta dai magistrati ravennati muove dall’ipotesi che sia stata strutturata una rete organizzata per bloccare i trasferimenti degli stranieri attraverso certificazioni sanitarie di non idoneità rilasciate da medici compiacenti. Nicola Cocco ha respinto integralmente le ricostruzioni degli inquirenti, precisando che l’iniziativa portata avanti era una campagna pubblica focalizzata sull’impatto clinico delle strutture di trattenimento.
“Non abbiamo fatto partire un’associazione che istigava i medici a fare dei certificati falsi – ha dichiarato Nicola Cocco durante la conferenza stampa tenuta a Milano – e la campagna era nata per discutere delle condizioni dei centri e dei criteri con cui valutarne l’impatto sulla salute“.
La presunta rete dei certificati e il chiarimento sulla mappatura sequestrata dalla Mobile
I cosiddetti moduli precompilati finiti sotto la lente della Squadra mobile, interpretati dagli investigatori come schemi pronti all’uso per bloccare le espulsioni, rappresentavano invece bozze documentali inerenti alla campagna informativa. Tali atti contenevano pareri elaborati da bioeticisti e docenti di filosofia del diritto, uniti a precisi richiami al Codice deontologico e alla normativa sul consenso informato.
“La mappatura, come hanno avuto modo di vedere gli agenti della Squadra mobile durante la perquisizione – ha spiegato l’infettivologo ricostruendo il contenuto dei file informatici – è una mappa di Google Maps dove io ho segnato i vari posti, ospedali o università, da dove siamo stati contattati da medici, studenti o altre figure sanitarie per fare dei momenti di incontro pubblici“. 
Il sanitario ha ribadito l’assenza di elenchi segreti, evidenziando la trasparenza degli incontri accademici e sanitari svolti sul territorio: “Non ho mai avuto purtroppo degli elenchi di medici militanti che facevano delle non idoneità – ha chiosato Cocco – e magari avessi avuto gli strumenti per fare una cosa così come la sta cercando la Procura di Ravenna, bella strutturata, con tanti nomi, con tanti certificati“.
Un nodo centrale della difesa riguarda l’effettiva titolarità e la veridicità delle valutazioni sanitarie contestate nell’ordinanza. Nicola Cocco ha sottolineato di non aver mai apposto la propria firma sui certificati oggetto di indagine e di non aver nemmeno preso visione della documentazione clinica relativa ai casi esaminati dalla Procura.
L’assenza di controperizie mediche e lo scontro politico scatenato dalle dichiarazioni del medico
“Io non ho visto quei certificati – ha affermato Cocco soffermandosi sulla natura delle valutazioni effettuate – e un certificato medico è stato fatto e la visita medica è vera, non è un falso. Il punto è se ci sono state delle mancanze nella presa in carico clinica, ma da questo a dire che si trattasse di un falso ideologico“.
Secondo l’indagato, eventuali sbavature nella gestione clinica del paziente possono al massimo configurare profili di negligente condotta o imperizia professionale, escludendo qualsiasi dolo legato alla falsificazione di atti ufficiali. Mancano inoltre verifiche terze sui pazienti visitati dai medici coinvolti nell’indagine. “C’è stata poi una controperizia medica di quei pazienti? – ha domandato il medico di fronte ai giornalisti – Chi è che ha fatto di nuovo quelle valutazioni?“. 
Le posizioni espresse durante la conferenza stampa hanno provocato una reazione immediata sul piano politico, in particolare da parte della Lega. “Certificherei che nessuno è idoneo al Cpr. Parole gravissime quelle pronunciate dal medico indagato – hanno dichiarato i rappresentanti della Lega in una nota ufficiale – e il partito è pronto a presentare denuncia“.
Nel corso del suo intervento, Cocco ha allargato la riflessione al ruolo etico del medico di fronte a strutture di trattenimento che ha paragonato ai vecchi manicomi, definendo i Centri di permanenza per il rimpatrio luoghi caratterizzati da razzismo istituzionale e deumanizzazione delle persone migranti.
La contestazione deontologica ai centri di rimpatrio e il richiamo alla prudenza della Fnomceo
“La grande ipocrisia è pensare che la valutazione del medico si fermi al corpo del paziente – ha argomentato il professionista – mentre il medico deve tutelare le persone, in particolare quelle considerate vulnerabili, da contesti che possono metterne a rischio la salute, la vita e la dignità”. Sollecitato sulla possibilità di redigere atti di idoneità per tali strutture, Cocco ha ribadito la propria linea: “Io non firmerei il certificato di idoneità, o meglio, certificherei che nessuno è idoneo al Cpr“.
Sui fatti è intervenuto Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, il quale ha chiesto un atteggiamento di cautela nel giudicare l’operato dei camici bianchi coinvolti nell’inchiesta romagnola.
“L’autonomia e l’indipendenza della professione medica vanno difese a tutela della salute dei pazienti – ha dichiarato Filippo Anelli sollecitando prudenza – e se un medico ha scritto il falso, questa è una violazione del codice deontologico e sarà sanzionato, ma è strano che si possano avere dubbi che medici, al di fuori del loro lavoro, possano discutere della situazione nei centri di rimpatrio“.





