“C’è una grande mafia del Pakistan”, dice uno dei sopravvissuti alla strage di Amendolara, non lontano da Cosenza, dove quattro braccianti sono morti carbonizzati dopo essere stati intrappolati all’interno di un minivan.
Una tragedia che ha scosso l’intero Paese, anche a seguito delle indagini-lampo da parte della squadra mobile di Cosenza e dei magistrati della Procura di Castrovillari che hanno sottoposto a fermo i due presunti responsabili.
Si tratta di due cittadini del Pakistan, accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato, della stessa nazionalità del superstite e di una delle vittime, mentre altri tre braccianti erano originari dell’Afghanistan. I due sono stati incastrati dal sistema di videosorveglianza del distributore dove è avvenuta la strage che ha ripreso i loro volti e la dinamica dei quattro delitti avvenuti in pieno giorno, intorno alle 13 del 1 giugno scorso presso una stazione di servizio situata lungo la strada statale 106.
Una ferocia inaudita. Nelle immagini si vedono chiaramente due persone avvicinarsi al veicolo e appiccare l’incendio. Subito dopo, i due avrebbero premuto con forza sulle portiere del mezzo per assicurarsi che i migranti chiusi nell’abitacolo non potessero scappare o trovare alcuna via di scampo mentre le fiamme divampavano. L’uomo sopravvissuto ha rotto un finestrino a testate, scampando all’agguato.
La richiesta di legalità e di diritti basilari sarebbe stata la scintilla che ha scatenato la ritorsione punitiva, culminata nel rogo del minivan. “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no“, ha raccontato il superstite. I retroscena, insomma, raccontano di sfruttamento, di violenza. E di una parola che negli ultimi anni, anche a causa di altre tragedie come quella del bracciante indiano 31enne Satnam Singh a Latina, l’Italia ha imparato a conoscere bene: caporalato.
Un sistema di reclutamento e gestione di lavoratori, da immettere specialmente nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia, per conto di aziende. Lavoratori sottoposti a condizioni degradanti, paghe irrisorie, orari massacranti e negazione dei diritti fondamentali di sicurezza e salute. Veri e propri fantasmi che si muovono sul territorio italiano dove sono giunti alla ricerca di una vita migliore.
Un sistema che abbiamo raccontato più volte nei nostri approfondimenti, che sfrutta le falle dei canali regolari come il click-day per far arrivare i “nuovi schiavi” nel nostro Paese. Pochissimi giorni fa la Procura della Repubblica di Milano, a dimostrazione del fatto che il caporalato è un fenomeno che attraversa l’Italia da nord a sud, ha messo sotto inchiesta i lavori del nuovo Consolato Usa del capoluogo lombardo, sottoponendo a fermo un manager turco che sfruttava lavoratori specialmente indiani con paghe da fame.
In Calabria, invece, il sopravvissuto ha parlato di una vera e propria mafia a gestire tutto. Anche questa non è del tutto una novità. Diversi rapporti investigativi hanno descritto network criminali basati su vincoli familiari provenienti da specifiche regioni del Pakistan, come il Punjab. Secondo la Direzione investigativa antimafia (Dia), i gruppi si muovono tra il caporalato, la tratta di esseri umani e i canali finanziari paralleli per sfuggire ai controlli dell’antiriciclaggio.
La mafia pakistana opera nel Lazio, in Puglia, Campania e Calabria senza cercare lo scontro con la criminalità locale come la ‘ndrangheta o la camorra, operando in una sorta di regime di sub-appalto. Ovvero, pagano una quota o garantiscono servizi come la manodopera a basso costo per l’agricoltura o l’edilizia controllata dai clan in cambio del permesso di gestire i propri traffici illeciti etnici sul territorio.
Le parole del sopravvissuto alla strage di Amendolara saranno ora vagliate dagli investigatori. Il vicepresidente della Cei e vescovo di Cassano allo Ionio monsignor Francesco Savino ha detto “basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia”. I sindacati hanno parlato di un “orrore indicibile”, chiedendo alla politica “azioni più concrete nel contrasto all’abominio della quotidianità”.
E sul fronte politico Camilla Laureti, responsabile Politiche agricole nella segreteria nazionale del Partito democratico ed europarlamentare, ha affermato: “La filiera agroalimentare non può reggersi sul caporalato e sulle condizioni disumane in cui vivono e lavorano troppe braccianti e troppi braccianti, soprattutto migranti”. Sul fronte opposto il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci ha sottolineato come “se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Queste risorse sono quelle che ci pagano le pensioni. Remigrazione!”.