Potrebbe esserci il consumo di carne selvatica dietro l’epidemia in corso in Congo e in Uganda causata dal virus Bundibugyo (Bvd) collegato all’Ebola.
Gli esperti sono al lavoro per contenere l’emergenza che nelle scorse ore ha però fatto segnare un dato positivo: il primo caso di guarigione di un paziente risultato positivo al virus.
Partiamo dall’Italia dove una chirurga che era entrata in contatto con un paziente infetto è risultata negativa al virus. Nella Gazzetta ufficiale è stata pubblicata l’ordinanza del Ministro della Salute che prevede che chiunque provenga, direttamente o trasmettere, con qualsiasi mezzo di trasporto, dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda, o che sia stato in quelle aree fino a 21 giorni prima dell’ingresso in Italia, deve entro 24 ore compilare, firmare e inviare una dichiarazione al Dipartimento di prevenzione della Asl di residenza o domicilio.
Il provvedimento disciplina anche gli obblighi dei vettori aerei, degli armatori marittimi, dei gestori aeroportuali e delle autorità di sistema portuale che devono fornire ai passeggeri provenienti dalla Repubblica del Congo e dall’Uganda i moduli per la dichiarazione prima dell’ingresso in Italia. Con la circolare, allegata all’ordinanza, sono definite le misure di prevenzione da adottare e i criteri di valutazione medici ed epidemiologici del rischio.
Bisogna ricordare, infatti, che l’epidemia è stata classificata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come emergenza internazionale. Tornando al caso di guarigione, quest’ultimo è stato annunciato a Ginevra da Anais Legand, esperta tecnica di febbri emorragiche virali presso l’Oms. Il 27 maggio, nella Repubblica Democratica del Congo, “un paziente è guarito, ha lasciato l’ospedale” ed è potuto tornare nella sua comunità.
L’epidemia di malattia da virus Bundibugyo, comunque, continua a evolversi rapidamente, con un aumento del numero di casi, della diffusione geografica e della trasmissione transfrontaliera. Al 27 maggio, nella Repubblica Democratica del Congo sono stati segnalati un totale di 906 casi sospetti e 223 decessi tra i casi sospetti. Al 29 maggio, in entrambi i paesi sono stati segnalati un totale di 134 casi confermati, di cui nove in Uganda, con 18 decessi tra i casi confermati.
Si tratta di un aumento di 49 casi confermati, otto decessi confermati, 160 casi sospetti e 47 decessi sospetti rispetto all’ultimo aggiornamento del 21 maggio. Inoltre, è stato confermato un caso, un individuo proveniente dagli Stati Uniti d’America, che aveva curato pazienti nella Repubblica Democratica del Congo e che attualmente riceve cure in Germania. Nella Repubblica Democratica del Congo, la trasmissione è concentrata nelle province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu, con difficoltà nel tracciamento dei contatti.
Come già accennato, gli esperti sono al lavoro sul consumo di carne selvatica. Il bacino del Congo è ricco di ogni tipo di fauna selvatica, dalle grandi scimmie ai serpenti, entrambi cacciati per la loro carne. Una conseguenza per gli abitanti del luogo è l’esposizione a malattie zoonotiche come l’Ebola.
Sebbene in genere non si trasmetta attraverso il cibo, i casi in Africa sono stati associati alla caccia, alla macellazione e alla lavorazione di carne proveniente da animali infetti, secondo quanto affermato dai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie.
L’Ebola , che prende il nome da un affluente del fiume Congo, fu scoperta per la prima volta nel 1976 in focolai simultanei in Congo e nell’attuale Sud Sudan. Si ritiene che le epidemie abbiano inizio con il passaggio del virus dall’animale infetto, come ad esempio un pipistrello della frutta, all’uomo. Queste infezioni interspecie si verificano spesso quando le persone maneggiano e consumano carne di animali selvatici.