Valter Lavitola rivendica la responsabilità esclusiva dell’attentato contro Sigfrido Ranucci e, dal carcere di Rebibbia, affida al proprio avvocato un nuovo passaggio della sua versione.
Dopo quasi tre ore di colloquio con il difensore Arturo Cola, l’imprenditore avrebbe ribadito che l’azione del 16 ottobre 2025 fu “una scelta autonoma” e si sarebbe detto pentito di avere trascinato nella vicenda due persone alle quali è profondamente legato: Gomes Clesio Tavares, che considera “un figlio”, e lo stesso Ranucci, definito “un fratello”. 
A riferire queste parole è stato ovviamente il suo legale. Il quadro investigativo resta quello costruito dalla Procura di Roma e dalla Dda, mentre nelle prossime ore potrebbe arrivare un passaggio decisivo: i quattro presunti esecutori materiali hanno chiesto di essere interrogati dai magistrati.
“La scelta dell’attentato è solo sua”
All’uscita da Rebibbia, Cola ha spiegato che Lavitola vive una situazione psicologica difficile proprio perché attribuisce a se stesso l’origine dell’intera vicenda. “La scelta dell’attentato è solo sua, una iniziativa solo sua”, ha riferito il penalista, aggiungendo che il suo assistito sarebbe “pentito per avere messo nei guai persone a cui tiene”.
La difesa prepara adesso il confronto con il Tribunale del Riesame. Il ricorso contro la permanenza in carcere è stato depositato il 15 agosto e l’udienza potrebbe arrivare già la prossima settimana. Lavitola potrebbe rendere dichiarazioni spontanee per precisare due aspetti: il movente e, soprattutto, le modalità dell’azione commissionata.
La confessione e il nodo della bomba
Durante l’interrogatorio di garanzia, Lavitola aveva già ammesso di essere il mandante dell’attentato, sostenendo di avere agito perché Ranucci era in pericolo e voleva aumentare la protezione nei suoi confronti.
Aveva però descritto un progetto diverso da quello poi realizzato: secondo la sua versione, l’atto doveva consistere in qualche colpo di pistola contro il muro della casa a Pomezia, mentre il gruppo avrebbe poi usato l’ordigno esplosivo.
TUTTI I PUNTI DA CHIARIRE SULLA VICENDA QUI.
Oggi Cola ha spiegato che il mandato di Lavitola sarebbe stato “generico” e che la sua unica indicazione sia stata evitare che qualcuno si facesse male. Il legale richiama anche una dichiarazione spontanea resa il 2 luglio da uno degli esecutori, secondo la quale l’azione avrebbe dovuto avere un carattere dimostrativo.
Proprio la distanza tra ordine ricevuto e modalità effettivamente utilizzata diventa ora uno dei punti che gli investigatori intendono verificare.
I quattro della bomba vogliono rispondere ai pm
I difensori dei quattro arrestati il 30 giugno hanno depositato la richiesta di interrogatorio davanti ai pm della Dda di Roma. Finora i tre uomini detenuti in carcere e la donna ai domiciliari avevano scelto di avvalersi della facoltà di restare in silenzio durante gli interrogatori, limitandosi a dichiarazioni spontanee. Adesso sono pronti a rispondere alle domande degli inquirenti. 
Il punto più atteso riguarda proprio il mandato che, secondo gli inquirenti, avrebbero ricevuto da Gomes Clesio Tavares, indicato dagli investigatori come intermediario tra Lavitola e il gruppo operativo e attualmente in Africa.
L’incontro del 7 settembre con Ranucci
Secondo Arturo Cola, Lavitola avrebbe incontrato Ranucci a casa sua il 7 settembre 2025, più di un mese prima dell’esplosione, e in quella occasione lo avrebbe avvertito di possibili pericoli. “Lavitola avvisò Ranucci sul rischio di attentati”, sostiene il difensore, precisando che il conduttore avrebbe dato scarso peso all’avvertimento.
Anche questo passaggio deriva dal racconto della difesa e attende un eventuale riscontro. Secondo gli atti, il cellulare di Lavitola avrebbe agganciato per circa due ore e 45 minuti una cella compatibile con la zona della villetta. Otto giorni dopo, Lavitola sarebbe tornato nei pressi dell’abitazione insieme a Gomes, fermandosi per circa mezz’ora mentre Ranucci era altrove. 
La Procura dovrà quindi mettere in relazione il presunto avvertimento del 7 settembre con quel successivo passaggio nella zona e con l’attentato del 16 ottobre.
I messaggi dopo l’esplosione
Tra gli elementi già emersi ci sono poi alcuni messaggi inviati da Lavitola a Ranucci quattro giorni dopo l’attentato.
Secondo gli atti, il 20 ottobre Lavitola avrebbe scritto al giornalista: “Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio”, seguito poco dopo da un secondo messaggio: “Ti scongiuro, ti prego, non sottovalutare questa cosa”.
Per la difesa quei messaggi dimostrano ulteriormente che Lavitola era preoccupato per la sicurezza del giornalista. La prossima settimana il Riesame offrirà alla difesa il primo spazio per integrare formalmente la versione di Lavitola. Prima ancora potrebbero parlare i quattro accusati di avere materialmente eseguito l’attentato.





