Esiste davvero una fuga dei medici dai pronto soccorso? Per anni il dibattito mediatico e politico si è concentrato su una presunta crisi di vocazione per la Medicina d’Emergenza-Urgenza (MEU), basandosi sul fatto che molti posti nelle scuole di specializzazione restano vuoti.
Ora, però, uno studio scientifico pubblicato sulla rivista Internal and Emergency Medicine ribalta completamente questa narrazione. La ricerca, condotta dalla Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e l’Istituto Mario Negri, dimostra che il vero problema non è la mancanza di interesse da parte dei neolaureati, collegata anche a questioni di rischi e stipendio, ma una programmazione dei posti banditi, che non ha tenuto conto della realtà dei numeri.
Analizzando i dati ufficiali dal 2019 al 2025, i ricercatori hanno scoperto un aumento abnorme dei posti messi a bando. Per la Medicina d’Urgenza, l’offerta è più che raddoppiata, passando da 391 a 954 unità. Di fronte a un’offerta che cresce in modo così massiccio e rapido, la percentuale di copertura dei posti è scesa drasticamente, passando dal 90% del 2019 al 25% del 2024, con una parziale risalita al 47% nel 2025.
“La conclusione immediata, ma errata, è che i giovani medici non vogliano più scegliere la Medicina d’Emergenza”, spiega Ludovico Furlan, primo autore dello studio. Se invece guardiamo ai numeri assoluti, la situazione è diversa: tra il 2022 e il 2025, la specializzazione in MEU è cresciuta più velocemente della maggior parte delle altre branche mediche. Il problema quindi è il gran numero di posti banditi rispetto ai neolaureati disponibili.
I dati del confronto internazionale confermano che l’Italia ha puntato su un numero di posti in MEU decisamente elevato: la quota di posti offerti corrisponde è circa il 9% del totale dei laureati in medicina ogni anno.
Stiamo parlando di una cifra molto alta se la paragoniamo al 6% della Francia, al 3% del Regno Unito e all’1% della Spagna. Inoltre, il gradimento degli studenti verso questa branca risulta molto alto, paragonabile a quello per Cardiologia e superiore a quello per Chirurgia Generale.
Gli autori della ricerca avvertono: continuare a gridare alla fuga dalla specialità è rischioso. Questa lettura errata può innescare una profezia che si auto-avvera, scoraggiando i futuri medici che vedono dipingere un quadro a tinte fosche dove, in realtà, esiste ancora interesse.
Gli esperti chiariscono che questo studio non nega le difficoltà oggettive di chi lavora nei pronto soccorso, che restano luoghi dove i turni, il carico di responsabilità e il sovraffollamento mettono a dura prova chiunque.
Tuttavia, è necessario separare i due problemi. Da una parte c’è la fatica reale di chi opera in emergenza, che richiede investimenti concreti su stipendi e condizioni di vita professionale. Dall’altra c’è il racconto distorto sulla vocazione, che non trova riscontri oggettivi.
“È importante non confondere la fatica del lavoro con la fuga dalla specialità”, conclude Giorgio Costantino, direttore del Pronto Soccorso del Policlinico di Milano. Secondo gli esperti, la sfida per il futuro richiede una programmazione più oculata, capace di bilanciare l’offerta formativa con la reale disponibilità di medici. E allo stesso tempo tutelando chi sceglie le professioni sanitarie, che sono essenziali per tutti i cittadini.