Secondo la Procura della Repubblica di Roma, sarebbe l’imprenditore ed ex giornalista ed editore Valter Lavitola uno dei mandanti dell’attentato dinamitardo contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci avvenuto nell’ottobre 2025.
Il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Edoardo De Santis, ha emesso un decreto di perquisizione, esteso a tutte le pertinenze di Lavitola, che è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, perché sospettato insieme ad un’altra persona di essere il presunto mandante dell’attentato. Per questo è indagato in concorso.
Le prove a supporto della tesi dei pm romani, al momento, sono al vaglio, tanto che non sono state chieste misure cautelari per l’ex editore. Nel corso dell’attività istruttoria sono stati sequestrati il cellulare e il pc dell’indagato. Valter Lavitola è un nome molto noto alle cronache italiane, essendo stato già in passato coinvolto in altre vicende giudiziarie. L’accusa è pesantissima: avrebbe incaricato lui i quattro esecutori materiali già fermati nei giorni scorsi dalle autorità tra Napoli e Avellino.
Si tratta di una giovane coppia residente ad Avella, Pellegrino D’Avino e sua moglie, Marika De Filippi, finita ai domiciliari, e di Saverio Mutone, residente a Sperone, a pochi chilometri da Avella e di Antonio Passariello, 53 anni, originario di Cicciano, ritenuto uno dei capi del gruppo. A Lavitola e ai quattro è contestata in concorso la detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso.
Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire elementi utili per chiarire il movente. Nel 2023 il quotidiano Il Riformista pubblicò una foto che ritraeva Lavitola e Ranucci insieme al ristorante romano dell’imprenditore. Secondo quanto ricostruito dai magistrati, la banda sarebbe stata contattata da un intermediario. “Quello“, veniva invece definito dai componenti del gruppo nelle molte intercettazioni ambientali citate dal gip nell’ordinanza avrebbe dato alcune migliaia di euro ai quattro per compiere il blitz.
Stando a quanto scrivono i giudici ci sarebbero “elementi gravi, precisi e concordanti” a ritenere che tutti “abbiano preso parte all’azione criminosa e abbiano offerto, ognuno con un ruolo specifico e determinato, un contributo rilevante alla commissione dei reati“, messi in atto in cambio di denaro. Ad interfacciarsi con l’intermediario era il solo D’Avino. Nelle carte si afferma che l’indagato “ha preso contatti con un soggetto terzo, evidentemente il mandante o colui che parlava per suo conto”.
Un soggetto che dopo l’attentato si è “reso disponibile a garantire un temporaneo allontanamento dal territorio in favore degli esecutori dell’attentato” garantendo “risorse economiche, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee ad eludere eventuali attività investigative“.
Dopo l’arresto dei quattro Ranucci è stato convocato in Procura per essere ascoltato come testimone dai titolari dell’indagine. “Al momento gli inquirenti non escludono alcuna pista, stanno lavorando a 360 gradi. – ha dichiarato il giornalista dopo l’audizione – Mi hanno prima di tutto chiesto se conoscevo gli arrestati di martedì e abbiamo ripercorso alcune vecchie inchieste di Report che hanno riguardato l’area geografica in cui vivevano i componenti della banda“.
Valter Lavitola, 60 anni originario di Salerno, deve la sua notorietà principalmente al ruolo di direttore del quotidiano L’Avanti!, riaperto in chiave moderna, che ha utilizzato come piattaforma di relazioni e manovre occulte. Il suo legame con la politica ha toccato il culmine durante i governi di Silvio Berlusconi. Sfruttando la sua fitta rete di contatti, si è accreditato presso i vertici istituzionali di Panama, stringendo un legame strettissimo con l’allora presidente Ricardo Martinelli.
Dal punto di vista giudiziario, la storia di Lavitola è stata segnata da una lunga serie di inchieste e arresti, culminati in diverse condanne definitive dopo una clamorosa latitanza in Sudamerica terminata con il suo arresto nel 2012. Tra i processi più significativi figurano quello per la tentata estorsione ai danni dello stesso Berlusconi, la condanna per il ricatto all’allora presidente della Camera Gianfranco Fini attraverso la vicenda della casa di Montecarlo, e la condanna per peculato legata alle truffe sui finanziamenti pubblici all’editoria incassati dal suo giornale.
Prima dell’inchiesta odierna, il nome di Lavitola e quello di Ranucci sono stati accostati da due articoli pubblicati da Il Riformista. Il quotidiano, a maggio 2023, documentò con una foto una cena in un ristorante di Cefalù. Al tavolo c’erano, tra gli altri, Lavitola, Ranucci e don Gianni Fusco, allora presidente dell’Unione apostolica del clero e consigliere di Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede. Dallo scoop scaturirono enormi polemiche politiche, anche perché in quei mesi Il Riformista vedeva alla direzione l’ex premier e leader di Italia Viva Matteo Renzi.