Cominciano le operazioni militari di Israele a Gaza. “Non stiamo aspettando, abbiamo iniziato le prime fasi dell’attacco”: l’annuncio su X di Avichay Adreaee, portavoce dell’Idf.
Se lo scopo del premier Benjamin Netanyahu è unicamente garantire la sopravvivenza di Israele, allora l’occupazione di Gaza si preannuncia l’operazione più difficile di sempre da quando è cominciata la guerra contro il gruppo terroristico Hamas.
Di fronte al terrificante bilancio dei morti – gli ultimi numeri arrivano dal Ministero della Sanità della Striscia e contano 63.025 morti e 159.490 feriti tra civili e militari – cresce la pressione internazionale. Netanyahu dovrà portare sulle spalle tutto il peso di un’operazione che “forse si sarebbe dovuta fare prima, per rendere lo sforzo militare meno oneroso e forse l’effetto più favorevole”.
In poche parole: tutti questi morti sarebbero stati evitati se Israele avesse agito prima contro Hamas. A dirlo è Claudio Bertolotti, ricercatore Ispi, contattato da Notizie.com. “Al netto di quello che si sarebbe potuto fare, diciamo che se l’obiettivo è distruggere Hamas e avviare una transizione in termini di gestione amministrativa a Gaza, non ci sono alternative”. L’unica possibilità è occupare la Striscia.
Hamas conosce bene i tunnel di Gaza
Ma il paradosso è che l’unica parte coinvolta in questo conflitto a giovare dell’operazione via terra di Israele potrebbe essere proprio Hamas. “Potrà sfruttare i limiti imposti dal teatro urbano a proprio favore. E soprattutto, giovare della dimensione sotterranea, che ha sempre rappresentato la sua vera strategia”.
Il gruppo terroristico negli anni ha utilizzato i finanziamenti giunti dall’estero per costruire le infrastrutture sotterranee strategiche, funzionali ai fini militari. I tunnel si trovano proprio sotto scuole, ospedali, moschee, centri di raccolta “per indurre Israele a colpire obiettivi impattanti dal punto di vista mediatico”.
L’azione di Israele avrà un impatto sulla popolazione civile e per questo con l’occupazione, le armi a disposizione saranno molto più limitate. “Pensiamo, ad esempio, ai carri armati, che nelle aree urbane hanno un limite di impiego. Questi mezzi non possono sparare al quinto o al decimo piano di un palazzo. Ed è limitato anche lo spostamento a destra e a sinistra, a causa della presenza degli edifici e altre tipologie di ostacoli”.
L’esercito israeliano (Idf) dovrà dunque affrontare una pianificazione operativa molto complessa: “I militari, quando possono, cercano di evitare in tutti i modi il combattimento nelle aree abitate – spiega Bertolotti ai nostri microfoni – Questa volta invece, l’Idf dovrà confrontarsi con questa sfida. Ammesso che Hamas non decida in tempo di aderire a un processo negoziale, che di fatto lo esautorerà dal potere nella Striscia di Gaza”.
Restituire gli ostaggi non basta più?
Nel piano di Netanyahu, Hamas dovrà completamente arrendersi e lasciare il governo per dare spazio a una nuova amministrazione. La restituzione degli ostaggi non basta più, e la proposta del gruppo terroristico di negoziare lo scambio di ostaggi nel corso dei mesi non va letta come un’apertura verso Israele: “Se pensiamo a quello che è successo in quest’anno e dieci mesi, ci accorgiamo che Hamas non ha mai accettato alcun accordo negoziale. Le poche tregue e la liberazione degli ostaggi sono state una conseguenza della pressione sul campo di battaglia da parte di Israele. E anche in questo caso, il gruppo non si è reso disponibile. Ha semplicemente ceduto alla pressione militare, non potendo sostenere, se non a costo elevatissimo, uno scontro diretto con Israele”.
Pure l’accordo sul tavolo, con la mediazione di Qatar ed Egitto, “è quello approvato e proposto da Israele mesi fa. Anche in questo caso quindi, non è Hamas che concede, ma sta accettando. Perché non può fare diversamente”.
Civili costretti a lasciare Gaza
Venerdì 29 agosto l’Idf ha annunciato di aver dato il via alle fasi iniziali dell’operazione militare su Gaza City. È in corso un grande esodo, una fuga dei civili, sotto la pressione dell’esercito che ha anche annunciato la sospensione delle pause umanitarie per accelerare le partenze. “La condotta della guerra è già un grosso problema, ma riuscire a far defluire un milione di persone verso il Sud e garantir loro sostegno logistico è la difficoltà maggiore che Israele dovrà affrontare”, dice ancora l’esperto.
A disposizione ci sono i corridoi sicuri, “ma da qui a dire che l’operazione militare possa essere conclusa con successo è molto difficile. Anche perché se da un lato ci sono le difficoltà logistiche oggettive, dall’altro c’è la volontà di Hamas di mantenere il maggior numero dei civili a Gaza City”.
I gazawi rappresentano una garanzia per il gruppo terroristico, anche dal punto di vista mediatico, “per attribuire ad Israele qualunque responsabilità nei confronti dei civili. In prevalenza donne e bambini vengono convinti a restare vicino agli obiettivi militari. E utilizzati come scudi umani da Hamas. Israele non sempre riesce a ovviare questo problema”.
Da che parte stanno i gazawi?
Dividi ed impera. È proprio questo che in questi quasi due anni sta accadendo a Gaza. Una parte dei civili sta con Hamas che “ha saputo costruire una infrastruttura di sostegno clientelare e assistenziale nei confronti della popolazione. Paga uno stipendio da dipendenti pubblici ai suoi soldati, che per anni sono stati finanziati con fondi europei e della comunità internazionale”.
Un’altra parte sempre più grande invece, si oppone con convinzione al gruppo terroristico. Ed è un’opposizione “che si sta avvicinando sempre più a una vecchia tradizionale forma di potere e gestione amministrativa, politica ed economica dei clan” beduini.
Alcuni di loro si sono già fatti avanti per amministrare Gaza quando Hamas sarà stato sconfitto. L’obiettivo sarebbe dare vita a una confederazione sotto l’area israeliana. Tel Aviv già li sostiene a livello economico e militare.
Intanto gli israeliani continuano a chiedere di riabbracciare i propri familiari ostaggio di Hamas. Giovedì 28 agosto, l’ultima protesta cittadina: ma da che parte stanno i cittadini? “Le manifestazioni sono positive perché dimostrano la pluralità di un Paese democratico, in cui l’opposizione si fa sentire a gran voce”, spiega ancora Bertolotti.
“La liberazione degli ostaggi è la priorità della popolazione civile che vuole chiudere la partita con Hamas. Sono consapevoli che si tratta di un movimento terrorista dotato di un piccolo esercito estremamente efficiente, che ha l’obiettivo di distruggere Israele. Per cui nessuna soluzione di pace potrà prevedere, per gli israeliani, la sopravvivenza di Hamas. I cittadini non chiedono le dimissioni di Netanyahu. A Tel Aviv, le manifestazioni che chiedono la liberazione degli ostaggi si stanno sommando a quelle che chiedono la cessazione delle ostilità. Queste ultime però, non rappresentano la maggioranza degli israeliani”.