Andrea Cavallari, permessi premio nella bufera. L’Anm: “Casi limitati, i benefici sono positivi per tutti”

I casi di Andrea Cavallari ed Emanuele De Maria sono isolati. Non dubitare dell’intero sistema dei benefici penitenziari”. L’intervista alla magistrata di sorveglianza Paola Cervo (Anm).

Nel mirino di politica e non solo, i benefici penitenziari concessi dai magistrati di sorveglianza ai detenuti, dopo il caso di Andrea Cavallari. Il ventiseienne è irreperibile dalla mattina di giovedì 4 luglio, dopo aver ricevuto un permesso di necessità per uscire dal penitenziario della Dozza e recarsi insieme con la famiglia all’Università di Bologna, dove lo attendeva la laurea in Giurisprudenza.

Andrea Cavallari in una foto sui social all'età di 20 anni
Andrea Cavallari, permessi premio nella bufera. L’Anm: “Casi limitati, i benefici sono positivi per tutti” (Ansa Foto) – notizie.com

Il giudice aveva affidato ai genitori il giovane, e con loro non erano presenti gli agenti di custodia. Cavallari è stato condannato in via definitiva a 11 anni e 10 mesi per la strage della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo, per aver causato la morte di sei persone in seguito a un tentativo di rapina con spray urticante.

Dopo aver discusso la tesi, ha fatto perdere le sue tracce e risulta irreperibile anche la fidanzata, con la quale era rimasto solo dopo la cerimonia. Dalle informazioni finora emerse, non risultano visite della ragazza in carcere a Cavallari. Pare infatti, che ai colloqui andasse soltanto la madre.

Si tratta del secondo caso in pochi mesi di evasione durante un beneficio penitenziario. Il primo risale al mese di maggio, quando Emanuele De Maria, recluso a Bollate e ritenuto un detenuto modello, non era rientrato in carcere dal lavoro. Si era reso responsabile dell’uccisione e del ferimento di una collega e di un collega. Infine si era suicidato lanciandosi dal Duomo di Milano. De Maria scontava una pena di 14 anni, ridotta a 12 in Appello, per l’omicidio di una giovane donna.

Cervo (Anm) a Notizie.com: “Casi limitatissimi, benefici carcerari sono importanti per la rieducazione”

Storie completamente diverse, che hanno “comprensibilmente monopolizzato la cronaca“, ma che “non è opportuno accomunare”. A dirlo a Notizie.com è Paola Cervo, componente della giunta dell’Associazione nazionale magistrati e magistrato di sorveglianza, alla quale abbiamo chiesto perché accadono casi del genere: “Non esiste una risposta unitaria che spieghi la condotta di questi detenuti. Nel primo caso poi, la risposta non l’avremo perché il detenuto si è suicidato. Nel secondo caso, sarà il diretto interessato, non appena arrestato, a spiegare alle autorità cosa lo ha spinto a evadere”.

Ma una cosa è certa, spiega la magistrata: si tratta di storie isolate: “La cosa importante è non cedere alla tentazione di usare questi casi – numericamente limitatissimi – per dubitare dell’intero sistema dei benefici penitenziari, che invece nella stragrande maggioranza dei casi conduce a risultati positivi per il singolo, e per l’intera collettività”.

Paola Cervo, componente Giunta Anm e magistrato di sorveglianza
Cervo (Anm) a Notizie.com: “Casi limitatissimi, benefici carcerari sono importanti per la rieducazione” (Foto di X/Anm) – notizie.com

Mentre la politica, in particolare all’opposizione, chiede chiarezza, Paola Cervo pone l’attenzione sull’importanza di questi benefici: “Le polemiche sono comprensibili, ma ma bisogna ricordare che per i detenuti la possibilità di accedere ad un beneficio penitenziario costituisce un’importantissima spinta motivazionale, specialmente in caso di pene lunghe. Ed è uno strumento fondamentale per la finalità rieducativa della pena. Non sottovalutiamo gli episodi e lavoriamo per evitarli, ma con la consapevolezza che sono appunto singoli episodi”.

Come funzionano i permessi e quali sono i criteri dei magistrati di sorveglianza

I permessi premio sono “un importante tassello della rieducazione del condannato, ossia della finalità che la nostra Costituzione assegna alla pena. Durante la detenzione si segue un percorso progressivo, che parte da benefici di portata più circoscritta per arrivare poi alle misure alternative”, spiega la dottoressa Cervo ai nostri microfoni.

In generale nessuno può avere un permesso se la sua condotta detentiva non è ‘regolare’, per usare le parole della legge. Poi occorre avere espiato una quota di pena che varia a seconda del reato per il quale si è stati condannati e dell’essere o meno recidivi“.

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Nel caso dei reati di mafia, “a seconda dei casi, occorre essersi dissociati dal contesto mafioso di provenienza, oppure aver risarcito il danno alle vittime. Superate le condizioni di ammissibilità della domanda, viene acquisito il parere del direttore e si tiene conto delle relazioni periodiche redatte dagli educatori e dagli psicologi”.

Come funzionano i permessi?

La magistrata dell’Anm ci spiega che ci sono una serie di fattori da valutare. Ad esempio, “la storia pregressa del detenuto, la sua età, le ragioni sottese alla domanda di permesso, la presenza di familiari, il luogo dove il detenuto intende trascorrere il permesso. In ogni caso, non rientrare in un istituto al termine del permesso, è condotta che compromette qualsiasi possibilità di ottenere nuovi benefici, anche prima che la condanna per evasione divenga definitiva”.

Come si può migliorare il sistema dei benefici carcerari?

La domanda è ampia è complessa. Si tratta di un complesso normativo che stimola i singoli detenuti a riconsiderare la propria storia criminale – spiega Cervo – e si propone di recuperare alla collettività cittadini consapevoli. I benefici sono ancora più importanti in un contesto drammatico di sovraffollamento carcerario con strutture strapiene, fatiscenti e con difficoltà di accesso a cure mediche. È importante non restringere l’accesso a tali benefici, e rimuovere gli ostacoli che limitano l’esercizio dei diritti delle persone detenute, la cui unica limitazione deve essere quella della libertà personale, non della dignità. Come recita la nostra Costituzione”.

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