Cenone della Vigilia: perché la tradizione vieta di mangiare carne?

Per il cenone della Vigilia di Natale la tradizione vuole che si applichi un divieto, che è quello di mangiare carne. Molti però, pur mantenendo questa usanza, non ne conoscono a fondo l’origine e la ragione. 

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Tradizionalmente, in molte abitazioni per il cenone della Vigilia di Natale non si prepareranno pietanze a base di carne ma solamente di pesce. Un’occasione per sbizzarrirsi con ricette creative e altrettanto gustose, ma che riporta tuttavia a delle motivazioni di natura religiosa, legate cioè alla cultura cattolica e alla Bibbia stessa.

Tutte le religioni infatti detengono, in maniera diversa tra loro, regole più o meno stringenti relative all’alimentazioni e ai cibi, alla loro preparazione e consumazione. Pensiamo al cibo halal per gli ebrei o kosher per i musulmani, questi ultimi una volta all’anno sottoposti anche al ramadan.

Le normative cattoliche che fanno parte della tradizione comune

Anche per i cattolici esistono delle vere e proprie normative da rispettare, seppure in maniera sempre meno stringente, tanto per via della secolarizzazione dei costumi quanto per l’interpretazione e la lettura del testo biblico ed evangelico che la Chiesa, sotto l’autorità del Papa e dei vescovi, modifica nel corso del tempo, in base ai contesti storici in cui vive, al fine di attualizzare la Parola evangelica che è incarnata, quindi “viva”, proprio come Gesù è Dio che si è fatto uomo.

La tradizione cattolica vuole infatti che il 24 dicembre si vada “di magra” per alcune ragioni ben precise, nonostante negli ultimi decenni le norme canoniche abbiano visto una sorta di “aggiornamento” che non chiede più l’osservanza rigida di questa regola, rimanendo tuttavia una tradizione ben radicata in seno alle abitudini popolari.

La pratica di rinunciare ai piatti a base di carne rimanda infatti, in primo luogo, al dovere di vivere in stile di penitenza seguendo l’Imitatio Christi, ovvero il cammino virtuoso di Gesù stesso che hanno poi intrapreso molteplici santi e padri della Chiesa nella loro vita. Alcuni rivedono l’imput primario di questa regola nel passaggio biblico del vangelo di Matteo (4,3-6) “Non di solo pane vivrà l’uomo”, la cui lettura riporta invece anche e soprattutto ad indicare che l’uomo ha bisogno di ben altre soddisfazioni oltre a quelle materiali. Che sono cioè le grazie del cielo e dello spirito, le uniche capaci di colmare in pieno il cuore dell’uomo.

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Tempi addietro, ad esempio nel Medioevo, il calendario cattolico contava sui 150 giorni annui in cui vigeva il precetto o di magro o di digiuno. Che sono due termini diversi, in quanto con l’astinenza si indica la proibizione di consumare carne, come ad esempio il Venerdì Santo in ricordo della Passione di Cristo, mentre con il digiuno si parla di obbligo di consumare solamente un pasto unico durante la giornata, come ad esempio avviene in Quaresima, per il Mercoledì delle Ceneri.

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Dove la Chiesa indicava l’obbligo di “andare di magra”

Nello specifico, è il codice di diritto canonico del 1917, che molti conoscono con il nome di codice Pio-Benedettino, in cui si prescrivevano i giorni in cui venisse osservata l’astinenza, cioè la vigilia di Pentecoste, dell’Assunzione, di Ognissanti e infine di Natale, per tutte le 24 ore della giornata e sopra i 7 anni di età. Tuttavia Paolo VI ammorbidì queste restrizioni nel 1966 con la costituzione apostolica “Paenitemini”.

In questa si limitò il precetto del digiuno al Mercoledì delle Ceneri e al Venerdì Santo, mentre invece l’Astinenza della carne fu richiesta tutti i venerdì dell’anno e dai 14 anni in poi, eccetto per le date coincidenti con le solennità del calendario liturgico e per coloro che avessero obblighi di salute.

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Tuttavia, nel documento si aggiungeva un elemento specifico importante, che era quello di dare la facoltà alle singole conferenze episcopali di ogni Paese di sostituire l’astinenza con altre forme di penitenza. Nel caso specifico la Cei, la Conferenza Episcopale Italiana, di fatto abolì questo vincolo di andare di magro ogni venerdì, sostituendolo con la possibilità di scegliere delle alternative, come la preghiera e l’elemosina, lasciando l’obbligo soltanto il venerdì di Quaresima.

Oggi in Italia, pur non essendoci l’obbligo, esiste una raccomandazione da parte dei vescovi di osservare l’astinenza in tutti i venerdì dell’anno. Ben più severe sono invece ancora oggi le regole della maggior parte delle Chiese Orientali. Per quanto riguarda le motivazioni antiche riguardanti gli aspetti spirituali del divieto, un tempo si pensava che la carne provocasse l’eccitamento delle più basse passioni umane, e rinunciarvi consisteva in un mezzo per dominare questi aspetti ribelli della propria interiorità e al contrario orientare la propria vita verso Dio.

L’astinenza e il digiuno come vie verso l’incontro con Dio

Nel suo “Sermone sulla Preghiera e il Digiuno”, Sant’Agostino diceva che l’astinenza “purifica l’anima, eleva la mente, sottomette la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umile, dissipa le nebbie della concupiscenza, smorza gli ardori della libidine e accende la vera luce della castità”.

C’è anche un fine ascetico nel digiuno, che è quello del legame con l’elemosina, e che aggiunge al “divieto” la sconsideratezza di rinunciare a una bistecca per abbuffarsi di aragoste o di merluzzo. La rinuncia sarebbe infatti presupposto di una donazione verso chi è meno fortunato, oltre che una liberazione dalla schiavitù dei piaceri materiali. Basterebbe quindi sostituire un elemento particolarmente costoso di un pranzo per sostituirlo con uno più semplice.

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Non a caso, vi è un passo altrettanto importante del Vangelo in cui Gesù invita a discostarsi dalla formalità legalistica dei Farisei o degli antichi per porre l’attenzione sul senso stesso sotteso a queste norme, che portano tutte alla legge più importante che è quella dell’amore, e del cammino verso la santità. In Matteo 15, 11 Gesù infatti afferma: “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!”.