Nave colpita a Hormuz, cosa può cambiare ora per benzina e diesel in Italia

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Una nave commerciale che usciva dallo Stretto di Hormuz è stata colpita da un proiettile di origine ancora sconosciuta. L’impatto ha danneggiato la sala macchine e ucciso un membro dell’equipaggio, mentre la Guardia costiera dell’Oman ha prestato assistenza alle altre persone presenti a bordo. Le autorità hanno avviato gli accertamenti per risalire alla provenienza del colpo e alle eventuali responsabilità.

Nave colpita a Hormuz, cosa può cambiare ora per benzina e diesel in Italia (Ansa Foto) – notizie.com

L’episodio si è verificato in una fase già molto tesa sulla rotta energetica più delicata del mondo. Teheran lega la riapertura dello Stretto al rispetto delle condizioni poste agli Stati Uniti.

Il primo effetto riguarda i mercati: cresce il premio di rischio sul petrolio, salgono i costi assicurativi delle navi e aumentano le pressioni sui prezzi dei carburanti. Per l’Italia le conseguenze possono raggiungere distributori, trasporti e imprese prima ancora di un’eventuale carenza fisica delle forniture.

Il proiettile contro la sala macchine

L’allarme è contenuto nel warning 115-26 dell’UK Maritime Trade Operations, diramato alle 1:35 UTC del 18 agosto. La nave stava uscendo dallo Stretto di Hormuz in direzione di uscita e si trovava a circa 18 miglia nautiche a est di Khasab, in Oman.

Il proiettile ha raggiunto la sala macchine. L’UKMTO ha classificato questo episodio come un attacco ed ha segnalato il ferimento di un membro dell’equipaggio (poi morto) e l’intervento della Guardia costiera omanita. Al momento dell’avviso non sono state riferite conseguenze ambientali.

Non sono ancora chiari né l’identità della nave né il tipo di munizione impiagata. L’episodio poi, non è stato rivendicato. UKMTO ha invitato le imbarcazioni presenti nell’area a procedere con cautela e a segnalare qualsiasi attività sospetta.

Il Brent supera i 90 dollari

Il mercato petrolifero era già sotto pressione per il rallentamento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Il 18 agosto il Brent ha raggiunto 90,94 dollari al barile, ai massimi da quasi tre settimane, mentre il Wti statunitense è salito a 85,03 dollari. Sul prezzo pesa il rischio di una nuova riduzione delle forniture dal Golfo.

Con questo attacco gli armatori potrebbero sospendere le partenze, rallentare i transiti o chiedere coperture assicurative più costose. In questo modo i prezzi potrebbero aumentare ulteriormente.

Prima della crisi, attraverso lo Stretto passavano circa 20 milioni di barili al giorno. La U.S. Energy Information Administration stima che nel secondo trimestre del 2026 i flussi siano scesi a 4,9 milioni di barili giornalieri, rispetto ai 21,6 milioni dell’ultimo trimestre del 2025. Il margine disponibile per assorbire nuovi attacchi appare quindi ristretto.

Benzina e diesel, quando può arrivare il rincaro

Il primo aumento si registra sulle quotazioni internazionali del greggio e dei prodotti raffinati. Il trasferimento alla pompa richiede solitamente alcuni giorni e dipende dalla durata della tensione, dal cambio euro-dollaro, dai prezzi dei prodotti sul mercato mediterraneo e dalle decisioni commerciali delle compagnie.

I carburanti risultano già in crescita. Il 18 agosto il prezzo medio nazionale self service ha raggiunto 1,994 euro al litro per la benzina e 2,099 euro per il gasolio, secondo i dati dell’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy. In autostrada la media è salita rispettivamente a 2,073 e 2,173 euro al litro. Il giorno precedente benzina e diesel si attestavano a 1,992 e 2,093 euro, come riportato dai dati Mimit.

Benzina e diesel, quando può arrivare il rincaro (Ansa Foto) – notizie.com

Le ricadute coinvolgerebbero autotrasporto, distribuzione commerciale, agricoltura e collegamenti marittimi. L’aumento del gasolio si trasferisce infatti sui costi logistici delle imprese e può raggiungere progressivamente i prezzi dei beni trasportati.

Quanto dipende l’Italia dal petrolio del Golfo

L’esposizione diretta dell’Italia al greggio mediorientale risulta più contenuta rispetto a quella dei grandi importatori asiatici. Nel 2025 il 12,2% del petrolio acquistato dall’estero proveniva dal Medio Oriente: il 6,1% dall’Iraq e il 5,8% dall’Arabia Saudita. L’Africa copriva il 41,7% delle forniture, mentre Azerbaijan e Kazakhstan arrivavano insieme al 29,9%, secondo i dati Unem ricostruiti da Sky TG24.

La diversificazione limita il rischio di una carenza immediata. Il prezzo pagato dalle raffinerie italiane segue però i riferimenti internazionali. Se una quota rilevante dell’offerta mondiale diventa più difficile o costosa da trasportare, aumenta pure il valore del greggio proveniente da Libia, Stati Uniti, Azerbaijan o Kazakhstan.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di oleodotti capaci di aggirare Hormuz, ma la loro capacità resta inferiore ai volumi che normalmente attraversano lo Stretto. L’EIA calcola circa 2,6 milioni di barili giornalieri di capacità inutilizzata disponibile sulle rotte alternative.

L’Italia dispone inoltre di scorte petrolifere di sicurezza e di un sistema di approvvigionamento distribuito tra più aree geografiche. Questi strumenti proteggono la continuità delle forniture nel breve periodo. Una crisi prolungata inciderebbe soprattutto sulla bolletta energetica nazionale: Unem ha stimato per il 2026 una spesa vicina ai 60 miliardi di euro, con un aumento di 8-9 miliardi rispetto al 2025.

Gas, assicurazioni e importazioni dal Golfo

Hormuz è decisivo pure per il gas naturale liquefatto. In condizioni ordinarie dalla rotta passa più del 20% del Gnl scambiato nel mondo, in gran parte proveniente dal Qatar. Una riduzione dei carichi disponibili spinge gli acquirenti europei e asiatici a contendersi le stesse forniture, facendo salire le quotazioni del gas e i costi di rigassificazione.

Per l’Italia l’effetto riguarda il prezzo del Gnl acquistato sul mercato internazionale più della dipendenza diretta da un solo fornitore. I collegamenti via gasdotto con Algeria e Azerbaijan e gli arrivi dai diversi terminali italiani ampliano le alternative, mentre una nuova contrazione dei flussi qatarioti potrebbe riaccendere la pressione sui prezzi europei del gas e dell’elettricità.

Il secondo canale passa dalle assicurazioni marittime. Ogni nuovo attacco può far crescere i premi contro i rischi di guerra, i costi dei noli e le richieste economiche degli equipaggi impegnati nelle aree pericolose. Queste spese entrano nel prezzo finale di petrolio, Gnl, prodotti petrolchimici, fertilizzanti e materie prime provenienti dai Paesi del Golfo.

L’incidente del 18 agosto, preso singolarmente, lascia ancora aperti molti interrogativi. I prossimi segnali da osservare riguardano l’esito dell’indagine, il numero di navi disposte ad attraversare Hormuz, le mosse di Teheran e l’andamento del Brent. Da questi elementi dipenderà la velocità con cui la nuova tensione potrà raggiungere i distributori e le imprese italiane.