Il Ministero della Difesa israeliano ha dichiarato che l’Esercito ha ucciso l’alto funzionario della sicurezza iraniano Ali Larijani nel corso di un attacco notturno.
L’Idf ha anche annunciato di aver ucciso il generale Gholam Reza Soleimani, capo delle Basij, la forza di volontari delle Guardie rivoluzionarie. I media statali iraniani non hanno confermato nessuna delle due morti. 
La guerra scatenata da Stati Uniti ed Israele contro Teheran avrebbe causato fino a questo momento almeno 1300 morti in Iran, almeno 850 in Libano e 12 in Israele. 13 militari americani sono stati uccisi e circa 200 feriti. Le presunte uccisioni di Ali Larijani e Gholam Reza Soleimani priverebbero ancora una volta la teocrazia iraniana dei suoi massimi leader, dopo l’attacco del 28 febbraio che ha ucciso l’86enne Guida suprema ayatollah Ali Khamenei.
“Larijani e il comandante delle Basij – ha dichiarato il Ministro della Difesa Israel Katz – sono stati eliminati la scorsa notte e si sono uniti a Khamenei, il capo del programma di annientamento, insieme a tutti coloro che sono stati eliminati dall’asse del male nelle profondità dell’inferno”.
Larijani proveniva da una delle famiglie politiche più famose dell’Iran
Larijani proveniva da una delle famiglie politiche più famose dell’Iran. Ex presidente del Parlamento e consigliere politico di alto livello, fu incaricato di consigliare il defunto Khamenei sulla strategia nei negoziati sul nucleare con l’amministrazione statunitense di Donald Trump. Ricoprì anche la carica di segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Secondo gli Usa, era stato il principale artefice della violenta repressione delle proteste a gennaio.
Repressione che ha causato migliaia di morti e decine di migliaia di arresti. In quelle piazze Larijani aveva scatenato le forze Basij di Soleimani, che hanno hanno condotto le principali operazioni di repressione, impiegando violenza estrema, arresti diffusi e uso della forza contro i manifestanti civili. 
Il defunto Khamenei aveva impedito a Larijani di candidarsi alla presidenza nel 2021 dopo che questi si era presentato come un candidato pragmatico favorevole al ritorno all’accordo sul nucleare iraniano del 2015 con le potenze mondiali. “Ho fatto il mio dovere davanti a Dio e alla cara nazione, e sono soddisfatto“, aveva detto.
Mentre proseguono i bombardamenti, in Iran le unità di resistenza stanno effettuando numerose operazioni “contro centri di repressione e simboli del regime a Teheran e in altre undici città”. A darne notizia è stato il queste ore il Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Cnri), che aveva annunciato anche la creazione di un Governo provvisorio. Quindici in totale gli attacchi portati avanti, con incendi e bombe molotov, dalla resistenza a Teheran, Dezful, Mashhad, Piranshahr, Rudbar, Zahedan, Tabriz, Shahriar, Isfahan, Takestan, Lordegan e Qazvin.
“Quindici operazioni hanno distrutto centri di repressione e simboli del regime”
Nel mirino le strutture delle forze Basij delle Guardie rivoluzionarie, nonché cartelloni pubblicitari, striscioni e simboli del regime. “Le unità di resistenza – hanno fatto sapere dal Cnri – hanno distrutto centri di repressione e saccheggio, nonché simboli del regime, in quindici coraggiose operazioni”.
“C’è qualcosa di profondamente stonato quando, nel tentativo di denunciare una guerra, si finisce per ripetere la propaganda di un regime. – ha spiegato, in esclusiva per Notizie.com, Reza Rashidy, attivista iraniano dei diritti umani e giornalista – Eppure è ciò che accade sempre più spesso nel dibattito pubblico europeo quando si parla dell’Iran.
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La guerra tra Stati Uniti, Israele e la Repubblica Islamica ha riaperto vecchie letture ideologiche e nuove semplificazioni. Ma quando la critica alla guerra si trasforma in un racconto indulgente verso il potere di Teheran, il risultato non è più un’analisi lucida ma una deformazione della realtà”.
Rashidy si è soffermato su un articolo pubblicato il 28 febbraio 2026 su Patria Indipendente, il periodico dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia, firmato dal suo presidente Gianfranco Pagliarulo e intitolato La follia dell’attacco all’Iran: fermare le lancette dell’Orologio della Mezzanotte.
“La resistenza antifascista italiana è molto conosciuta in Iran, anche grazie al cinema”
“La resistenza antifascista italiana è molto conosciuta in Iran, anche grazie al cinema italiano. – ci ha spiegato l’attivista – Non è un caso che Bella ciao sia stata una delle canzoni più cantate durante la rivolta Donna, Vita, Libertà. Proprio per questo duole ancor più leggere, in un contesto così simbolicamente legato alla libertà, una descrizione dell’Iran che finisce per riprodurre stereotipi e omissioni”.
Secondo il giornalista la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, che in pochi giorni ha già provocato centinaia di morti civili e migliaia di feriti, aggiunge nuove sofferenze a una popolazione che da decenni vive intrappolata tra repressione interna e tensioni geopolitiche. Dunque “difendere la pace è necessario, ma la difesa della pace non può cancellare la responsabilità del regime. Presentare la Repubblica Islamica come principale vittima di questo conflitto significa rovesciare completamente la prospettiva: la vittima reale è il popolo iraniano”. 
“Dopo quarantasette anni di potere teocratico – ha concluso Reza Rashidy – si è accumulata una stratificazione immensa di dolore, paura e frustrazione. Troppo spesso, in Europa, questa realtà è stata ignorata. In molti ambienti progressisti e pacifisti si è preferito leggere l’Iran soltanto attraverso la lente della geopolitica, come se il conflitto tra la società iraniana e il suo regime fosse un dettaglio secondario. Non lo è.
Oggi in Iran si sentono parole che possono sembrare estreme: c’è chi invoca interventi stranieri, chi sogna il ritorno al passato, chi affida la propria speranza a qualsiasi cambiamento pur di porre fine alla violenza quotidiana. Non sono programmi politici coerenti. Sono il linguaggio della disperazione. Il linguaggio di una società che per troppo tempo è stata lasciata sola.
Prima di trasformare l’Iran nell’ennesimo simbolo delle battaglie ideologiche occidentali, bisognerebbe ricordare una cosa semplice: l’Iran non è uno slogan, è un Paese reale. 93 milioni di persone che da quasi mezzo secolo vivono sospese tra un regime teocratico e le tempeste della geopolitica. E la prima forma di solidarietà verso di loro dovrebbe essere almeno questa: provare, finalmente, a raccontare la loro realtà senza semplificarla”.





