“Anche solo due mesi di fermo dello Stretto di Hormuz potrebbero portare ad una vera competizione globale per le forniture”.
Il passaggio marittimo strategico cruciale che collega il golfo Persico con quello dell’Oman e con l’oceano Indiano è ormai prepotentemente d’attualità a causa della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. 
Teheran, in risposta agli attacchi aerei, ha chiuso lo Stretto controllato dall’Iran a nord e dall’Oman a sud. Si tratta di un collo di bottiglia largo appena 33 km nel punto più ristretto. Qui si trovano molti dei maggiori produttori di petrolio come Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Qatar. Da Hormuz transita un quinto del consumo mondiale di petrolio e una parte significativa del gas naturale liquefatto (gnl).
“In poche ore la situazione si è trasformata in qualcosa di molto concreto. Oggi lo Stretto di Hormuz è, di fatto, chiuso al traffico commerciale. Non c’è un blocco navale formale, lo stretto è fisicamente sgombro, ma il risultato è lo stesso: una petroliera è stata colpita, molti armatori hanno sospeso i transiti e le compagnie assicurative stanno ritirando o limitando le coperture per rischio guerra. Quando succede questo, il traffico si ferma comunque”.
L’esperto Lupo: “Impatto immediato sui mercati globali”
A parlare, in esclusiva per Notizie.com, è Marco Lupo, amministratore e direttore commerciale di Utilities dimension, delegato Assium e Consumerismo Emilia Romagna ed esperto nei settori dell’energia elettrica e del gas naturale. Nelle ultime ore gli Stati Uniti hanno annunciato la possibilità di scortare militarmente le petroliere per provare a riaprire almeno una parte del traffico energetico.
“È una scelta comprensibile – ha continuato Lupo – perché il petrolio rappresenta il flusso più grande che passa da Hormuz e ha un impatto immediato sui mercati globali. Le petroliere sono molte di più, viaggiano spesso in convogli e sono più semplici da proteggere dal punto di vista operativo. Le metaniere invece sono meno numerose, hanno rotte più programmate e trasportano un carico molto più delicato: un incidente su una nave di gas liquefatto sarebbe estremamente pericoloso. 
Per questo, almeno per ora, la priorità della scorta militare sembra concentrarsi sul petrolio. Dal punto di vista dei mercati credo che questo possa avere un effetto immediato. Se il traffico petrolifero torna almeno parzialmente operativo, il prezzo del petrolio può stabilizzarsi o ridurre parte del premio geopolitico accumulato nelle ultime ore. Il gas però è un mercato più rigido. Se le metaniere restano esposte al rischio soprattutto di attacchi missilistici, cosa che ritengo molto probabile o continuano a evitare lo stretto o il gas liquefatto che arriva dal Golfo – soprattutto quello del Qatar – resta sotto pressione e questo si riflette sugli indici europei”.
Basta guardare cosa è successo in questi giorni: il gas europeo è passato da circa 30 euro per
megawattora nei giorni precedenti ai bombardamenti americani a circa 55 euro per megawattora ieri, 4 marzo. Questo ci dice quanto velocemente la geopolitica possa trasferirsi sui mercati energetici. La bilancia economica del conflitto rischia di spostarsi progressivamente verso gli Stati Uniti.
“Indebolito chi, come noi, è dipendente da forni estere”
“Shock di questo tipo sulle commodities energetiche – ci ha spiegato l’esperto – tendono a rafforzare chi è esportatore e a indebolire chi, come noi, è dipendente da forni estere. Vale la pena anche ricordare, che gli Stati Uniti sono il primo esportatore di gnl verso l’Europa e che sono un paese autosufficiente e in esubero di gas, mentre il Qatar è il secondo esportatore verso l’Europa: proprio il Qatar ha visto una centrale energetica andare fuori uso nelle ultime ore a causa dei raid.
Sono elementi che, nel medio periodo, possono spostare ulteriormente gli equilibri del mercato energetico. Il vero tema però non è solo la chiusura, ma la durata che avrà il conflitto”.
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In Iran si sta aprendo anche una fase delicata dal punto di vista della leadership. Si parla della successione del figlio di Khamenei al padre, ma questo non significa che il regime cambi. Il sistema iraniano non dipende da una sola persona: il potere è distribuito tra l’apparato religioso, i Pasdaran e l’apparato di sicurezza. Quindi la struttura politica resterebbe sostanzialmente la stessa.
“Quello che può cambiare è il livello di stabilità. – ha dichiarato Marco Lupo – Una successione di questo tipo può creare tensioni tra i diversi centri di potere e rendere il sistema più imprevedibile. E l’imprevedibilità è esattamente ciò che i mercati energetici temono di più. Se questa situazione dovesse durare settimane o mesi, i prezzi di petrolio e gas liquefatto salirebbero rapidamente e l’effetto si trasmetterebbe a tutto il sistema energetico.
Lo vedremmo anche sull’elettricità, perché in Europa il prezzo è ancora influenzato dal meccanismo del prezzo marginale: spesso è il gas a determinare il prezzo finale anche quando una parte importante dell’energia viene prodotta da fonti rinnovabili. Due mesi con Hormuz fermo significherebbero entrare in una vera competizione globale per le forniture”.
“Anche se una parte dei flussi viene salvata, il sistema globale resta in grave difficoltà”
Arabia Saudita ed Emirati dispongono di infrastrutture alternative per bypassare Hormuz, ma con margini limitati. In caso di blocco parziale, quale quota dei circa 20 milioni di barili al giorno potrebbe essere realisticamente reindirizzata via pipeline e quali sarebbero i principali vincoli tecnici e logistici?
“Arabia Saudita ed Emirati – ha sottolineato il delegato Assium – possono reindirizzare una parte del petrolio attraverso pipeline che evitano lo Stretto, ma non possono sostituire completamente i circa 20 milioni di barili al giorno che normalmente passano da Hormuz. L’oleodotto saudita verso il Mar Rosso ha una capacità intorno ai 5 milioni di barili al giorno, mentre quello emiratino verso Fujairah può trasportarne circa 1,5-1,8 milioni. Anche a pieno regime, si resterebbe ben al di sotto dei volumi abituali.
Il nodo che ho subito individuato sta nel fatto che i terminali e tratte pipeline sono progettati per gestire volumi ordinari, non per assorbire improvvisamente uno squilibrio di questa portata. Hanno capacità finite, tempi tecnici, limiti di stoccaggio e di carico. Questo significa che anche se una parte dei flussi viene salvata, il sistema globale resta in grave difficoltà. Il mercato non guarda solo alla possibilità teorica di aggirare lo Stretto, ma alla capacità reale di reggere un’interruzione prolungata. E da questo punto di vista i bypass aiutano, ma non compensano“.





