Nulla, nella lunga e tortuosa storia del delitto di Garlasco, si era mai avvicinato ad essere un movente come in questo caso.
Secondo quanto rivelato in queste ore dagli avvocati della famiglia della vittima, Chiara avrebbe fatto accesso alla cartella del pc dell’allora fidanzato Alberto Stasi in cui erano stati catalogati, per genere, i numerosi file pornografici. 
Un accertamento informatico nuovo, insomma, su file già esaminati all’epoca dei fatti. L’accesso della giovane poi assassinata accenderebbe i riflettori in due direzioni. La prima è che dopo aver “scoperto” quei file potrebbe essere scaturita una lite tra i due poi proseguita l’indomani mattina, sfociata quindi nell’omicidio.
La seconda è che l’accertamento è stato possibile ora, a più di diciotto anni dal delitto del 13 agosto 2007, grazie a nuove tecnologie che hanno saputo anche superare le presunte manomissioni involontarie sul pc di Stasi degli inquirenti e degli investigatori. Il racconto dei legali della famiglia Poggi, Gianluigi Tizzoni e Francesco Compagna, si inserisce nel quadro della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco su cui è al lavoro da mesi la Procura di Pavia.
“Si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima”
Bisogna ricordare che l’unico indagato al momento è Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, per il reato di concorso in omicidio. Condannato in maniera definitiva per l’omicidio, invece, è proprio Alberto Stasi. “Secondo quanto evidenziato da più parti – hanno fatto sapere gli avvocati – l’apertura di una nuova indagine a carico di Andrea Sempio sarebbe da ritenere funzionale a una richiesta di revisione della condanna irrevocabile pronunciata a carico di Alberto Stasi”.
Per i legali “si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima. Senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo della prima sentenza della Cassazione”. Per questo motivo si è ritenuto di fare chiarezza con un nuovo approfondimento informatico. Dall’accertamento è emerso che la sera prima di essere uccisa, Chiara aveva fatto accesso proprio alla cartella del pc di Stasi in cui erano stati catalogati per genere i numerosi file pornografici.
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“Qualora la Procura di Pavia lo riterrà opportuno, – hanno continuato Tizzoni e Compagna – questo dato potrà essere verificato anche in contraddittorio mediante apposito incidente probatorio, come già successo per l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto e risultato a sua volta riferibile ad Alberto Stasi. Da parte nostra continueremo ad approfondire rapidamente ogni ulteriore elemento utile a una ricostruzione ancor più dettagliata dei fatti, nell’interesse della verità e della giustizia”.
Nell’ambito del filone sul caso Garlasco che vede accusato l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti di corruzione in atti giudiziari, intanto, la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura di Brescia contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame che, il Il 17 novembre, ha annullato, su ricorso dell’avvocato Domenico Aiello, anche il secondo decreto di sequestro dei pm, eseguito il 24 ottobre, dei dispositivi, tra cui telefoni, pc e tablet, dell’ex pm.
Filone d’inchiesta su Venditti: “Assenza di gravi indizi di colpevolezza”
Il legale Aiello, in particolare, aveva fatto notare che, oltre all’assenza di gravi indizi di colpevolezza, la Procura anche nel secondo decreto sul caso Garlasco non aveva indicato parole chiave per effettuare le analisi sui dispositivi, volendo portare avanti una ricerca a tappeto ed estesa a livello temporale per 11 anni, dal 2014, quando il magistrato divenne procuratore aggiunto a Pavia, fino al 2025. Tesi accolta dai giudici del Riesame.
L’indagine ipotizzava che l’ex procuratore pavese avesse incassato soldi per favorire l’archiviazione di Sempio nella prima inchiesta del 2017 a suo carico per l’omicidio di Chiara Poggi. Venditti ha sempre respinto le accuse. Tra l’altro, sempre il Riesame bresciano aveva annullato anche i decreti di sequestro nell’inchiesta sul presunto “sistema Pavia“, filone intrecciato con quello sul caso Garlasco.





