Dopo le accuse di aver rifiutato soluzioni abitative alternative, i genitori della “famiglia nel bosco” ribaltano la versione. Il nodo resta uno: quanto è stato tutelato il superiore interesse dei tre bambini?
Nathan e Catherine, i genitori della famiglia nel bosco di Palmoli, hanno affermato nelle scorse ore di non aver rifiutato il supporto di istituzioni e privati che avrebbero messo a loro disposizione abitazioni alternative. 
La coppia di coniugi, i cui tre figli sono stati allontanati a seguito di un provvedimento del Tribunale dei Minori dell’Aquila, ha indirizzato una lettera alla stampa. Nella missiva è sottolineato che ogni loro passo è stato orientato al benessere psicofisico dei bambini, baricentro unico e indiscusso del loro cammino. Era stato il loro avvocato Giovanni Angelucci, nel rimettere il mandato, a parlare dei rifiuti della famiglia. La lettera è stata invece diffusa dia nuovi legali, Marco Femminella e Danila Solinas.
La psicoterapeuta Cortese: “Allontanamento pienamente giustificato solo in caso di violenza o abuso”
“Lo scorso 20 novembre sono stati ricordati, in occasione della Giornata nazionale dei diritti dei minori, i principi sanciti dalla convenzione Onu. Diritto alla vita, alla salute, all’istruzione, al gioco e alla protezione dalla violenza e dallo sfruttamento. Dalle notizie circolate sulla famiglia del bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, sembrerebbe che tutti questi diritti siano stati più o meno, rispettati. Nel bosco.
Ciò che mi ha realmente preoccupata è stato l’allontanamento momentaneo dei bambini dalla famiglia da parte delle istituzioni, che devono seguire le leggi. Tale atto è pienamente giustificato in caso di violenza o abuso, ma da ponderare accuratamente in altri casi, in quanto è un atto che può compromettere l’equilibrio interno dei bambini e risultare altamente traumatico e lasciare cicatrici spesso indelebili”.
A parlare, in esclusiva per Notizie.com, è Valeria Cortese, psicologa e psicoterapeuta della Gestalt integrata, cui abbiamo chiesto un parere sul complesso caso che ha scatenato in Italia una bufera mediatica e politica. Nathan e Catherine nella loto lettera hanno parlato anche della difficoltà nel parlare e comprendere la lingua italiana. In particolare i tecnicismi legati agli aspetti giuridici. Solo due giorni fa, per la prima volta, hanno potuto leggere in lingua inglese l’ordinanza del Tribunale e quindi comprenderla nella sua interezza. 
Ieri i nuovi avvocati si sono recati in Municipio per parlare con Giuseppe Masciulli, sindaco di Palmoli. Il primo cittadino aveva proposto alla famiglia l’utilizzo di un immobile prefabbricato. L’immobile è situato nella periferia del paese, in contrada Fontelacasa, a circa tre chilometri dal borgo, in un’area naturale vicino ad impianti sportivi. La struttura, nuovissima, è dotata di più stanze e potrebbe accogliere nel migliore dei modi la famiglia di Nathan e Catherine senza rinunciare alla loro necessità di essere a contatto con la natura.
“Dalle notizie apprese – ci ha spiegato l’esperta – pare che i fratellini godano di buona salute e abbiano ricevuto l’istruzione parentale, permessa in Italia se documentata e monitorata dalle istituzioni. Istruzione che però non soddisfa un diritto e bisogno fondamentale del bambino. Il diritto alla socialità, all’affettività e alla relazione con i pari, che dovrebbe essere garantito ad ogni bambino. E la scuola lo fa. A volte bene, a volte meno”.
“L’interesse e la tutela del minore davanti a qualsiasi atteggiamento ideologico”
La Lega Abruzzo saràin piazza, sabato 29 e domenica 30 novembre, per raccogliere firme a sostegno della famiglia nel bosco, affinché “i tre bambini allontanati possano tornare a vivere con i propri genitori“. Cinque i gazebo che saranno allestiti per l’occasione: uno proprio a Palmoli e gli altri nei quattro capoluoghi di provincia. A Pescara l’iniziativa è organizzata da Lega e Team Vannacci. Oltre alle firme per la Famiglia nel bosco, verranno raccolte quelle per la campagna nazionale Sicurezza: riprendiamoci le nostre strade.
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“È certo che la famiglia ha il diritto di educare i figli, dare loro il proprio sistema di valori. Ma ha anche il dovere di abituarli e adeguarli alla realtà sociale in cui vivono. Aiutarli e rispettare i loro passaggi evolutivi. – ha concluso la psicoterapeuta Valeria Cortese – Fermo restando il diritto di scelte non convenzionali, finché siano aderenti e proteggano i bambini. Ciò che è sempre in prima linea resta, dunque, l’interesse e la tutela del minore, prima di qualsiasi cosa. Davanti a qualsiasi atteggiamento ideologico, per quanto giusto e affascinante sia”.





