Dove oggi risuona la musica, un tempo scorreva il potere criminale. Il ventre della Casa del Jazz torna al centro dell’inchiesta sulle scomparse di Paolo Adinolfi ed Emanuela Orlandi. E Roma trattiene il fiato.
“Nella nostra città ci sono luoghi che ‘parlano’, anche nel silenzio. E ciò vale persino per chi non era nemmeno nato in quegli anni. Tutto il periodo che circonda la storia della Banda della Magliana, il terrorismo, il rapimento di Aldo Moro, è ancora estremamente presente nelle nostre memorie collettive”. 
Uno di quei luoghi è la Casa del Jazz della Capitale, costruita sul bene sequestrato a Enrico Nicoletti, considerato il cassiere della Banda. È qui che da alcuni giorni si sta scavando alla ricerca di un tunnel, di una galleria, di una catacomba. L’ipotesi è che al suo interno possano trovarsi materiali di interesse investigativo. Lì potrebbero essere celati segreti, pagine mancanti, tasselli persi di vicende oscure della storia recente di Roma.
Si ipotizza che in quei tunnel possano trovarsi anche i resti del magistrato Paolo Adinolfi, scomparso nel 1994. I lavori di scavo, iniziati giovedì mattina, hanno subito un piccolo stop oggi a causa del maltempo. Si sta cercando l’ingresso della catacomba che Enrico Nicoletti, avrebbe tombato. Sul caso abbiamo sentito, in esclusiva per Notizie.com, Flavia Munafò, criminologa, direttrice dello sportello di ascolto e prevenzione Socio Donna di Roma, presidente di Sia (Sociologi italiani associati).
La criminologa: “Meccanismi complessi, difficili da comprendere, che meritano attenzione, analisi e studio”
“Parliamo di un magistrato scomparso nel ’94, di cui si sono completamente perse le tracce. – ci ha spiegato la criminologa – Ricordiamo che era un giudice che si occupava di Tribunale fallimentare: una figura di rilievo, con enormi responsabilità e, probabilmente, anche con molte antipatie da parte di diverse personalità di spicco dell’epoca.
Siamo di fronte a una scomparsa che lascia punti interrogativi, come accade in tutti i casi irrisolti della cronaca italiana. La possibilità che il giudice sia stato eliminato per ragioni legate ai rapporti tra criminalità organizzata, finanza occulta e apparati deviati dello Stato è molto, molto probabile. È indubbio che, quando sparisce una persona di rilievo, un giudice, un politico, dietro ci siano meccanismi complessi, difficili da comprendere, che meritano attenzione, analisi e studio”. 
Nella serata di domani i casi di Paolo Adinolfi e di Emanuela Orlandi, legate al mistero celato nel sottosuolo della Casa del Jazz, saranno al centro del nuovo appuntamento con Chi l’ha visto? alle 21.20 su Rai 3. Ieri invece i lavori di scavo, iniziati giovedì mattina, hanno subito un piccolo stop a causa del maltempo.
“È vero: sono passati molti anni. – ha continuato Munafò – Ma è anche vero che chi ha il dovere di dare risposte alle domande che attanagliano la storia del nostro Paese, e le famiglie coinvolte, deve utilizzare ogni risorsa possibile. Siamo nel 2025, quasi nel 2026: abbiamo strumenti investigativi nuovi, metodologie nuove, nuove possibilità di interpretare e reinterpretare le prove. E questo può ribaltare tesi che, fino a oggi, sono state considerate plausibili.
Tra i misteri irrisolti italiani ci sono diversi elementi che convergono proprio su Roma. Tutto ciò che riguarda la Banda della Magliana e molte delle ipotesi investigative sul caso di Emanuela Orlandi rimandano alla zona sud della città, ai numerosi immobili confiscati, a edifici e luoghi utilizzati abitualmente da formazioni criminali”.
“Rientrare oggi nella Casa del Jazz è, da un punto di vista psicologico, molto significativo”
Franco Piacentini, ex inquilino di Villa Osio, oggi Casa del Jazz a Roma, ha parlato di “un salone dove i commendatori facevano le feste. Venivano le vecchie compagnie e lì c’era una cantina, una trentina di scalini. E c’era una scala che consentiva di accedere e poi si arrivava fino alle catacombe”. Piacentini ha abitato l’odierna Casa del jazz vent’anni, dal 1948 al 1968. “Hanno subito chiuso proprio lì, – ha raccontato – alla cantina, dove c’era un botola, la grotta che poi andava giù e arrivava fino alle catacombe. Ai miei tempi là ci mettevamo le bottiglie del vino, perché era fresca la cantina”.
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“Rientrare oggi nella Casa del Jazz – ha dichiarato la criminologa – riaprendo quegli spazi e scavando per accedere alla galleria sotterranea è, da un punto di vista psicologico, molto significativo. Lì sotto potrebbe non esserci nulla, oppure potrebbero esserci documenti importanti, oggetti di valore, o anche corpi. Dire che esista un fil rouge tra la scomparsa di Emanuela Orlandi e quella del giudice Adinolfi è, al momento, una connessione forzata.
Si rischierebbe di voler legare due vicende diverse, appartenenti a contesti differenti, uniti solo, forse, dalla presenza della Banda della Magliana. Credo che, oggi, il dato più certo sia che la memoria collettiva ha bisogno di risposte. Continueremo a cercarle così come continuiamo a cercarle per il delitto di via Poma. Non ci sarà pace emotiva finché non saranno chiariti i rapimenti e le sparizioni irrisolte, soprattutto quelle che hanno coinvolto bambini“. 
All’esterno della Casa del Jazz si è visto più volte Lorenzo, figlio di Paolo Adinolfi. “C’è solo da aspettare. Noi siamo qui solo con una speranza enorme, ma per noi è anche un dolore infinito. – ha detto – Sono francamente sorpreso del fatto che siate sorpresi di vedermi qui, è mio padre, è normale. C’è un numero incredibile di giornalisti, non ho mai visto nessuno in questi 30 anni. Per i 20 anni (dalla scomparsa, ndr) li abbiamo pagati noi gli spazi sui giornali per ricordare papà”.
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“Sembra che la famiglia non fosse stata nemmeno informata dell’intenzione di riaprire il tunnel o di cercare qualcosa relativo al giudice scomparso. – ha concluso Flavia Munafò – Come dico sempre, prima di tutto bisognerebbe tutelare la famiglia. Fino a quando non ci sono dati concreti, un clamore mediatico di questa portata rischia di riaprire ferite mai cicatrizzate. E impossibili da cicatrizzare senza una risposta definitiva.
Ricordiamoci che oltre la notizia esiste il rispetto per chi resta. Non c’è solo la curiosità del pubblico: ci sono i familiari, le persone vicine a chi è scomparso. Persone che non hanno avuto risposte, proprio come Pietro Orlandi. Non esistono sparizioni o omicidi di serie A o di serie B. Ma spesso ci si dimentica che dietro a ogni caso c’è un cuore ferito: quello delle famiglie delle vittime”.





