Dalla Libia all’Italia e ritorno: storia (e nuova bufera) di un generale di nome Almasri. Il governo: “Sapevamo”

È stato arrestato in Libia nelle scorse ore il generale Almasri, il libico fermato in Italia e rimpatriato tra le polemiche a gennaio. Si è scatenata una nuova bufera.

Il nome di Osama Njeem Almasri ci è ormai molto familiare in Italia da diversi mesi. È il generale libico, accusato di crimini atroci, su cui pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale (Cpi).

Il rimpatrio di Almasri
Dalla Libia all’Italia e ritorno: storia (e nuova bufera) di un generale di nome Almasri. Il governo: “Sapevamo” (ANSA FOTO) – Notizie.com

Arrestato in Italia a gennaio, Almasri è stato rimpatriato su un volo di Stato perché giudicato un pericolo per la sicurezza nazionale. Proprio mentre la Cpi chiedeva di estradarlo per sottoporlo a processo. Sono noti a tutti le polemiche sul rimpatrio, le informative e i rimpalli di responsabilità. La Procura della Repubblica di Roma ha addirittura messo sotto indagine i vertici del governo di Giorgia Meloni per vederci chiaro sulla vicenda.

Ora, è accaduto che lo stesso Almasri, è stato arrestato anche nella “sua” Libia. Il che ha scatenato una bufera politica sul governo di Giorgia Meloni. Dopo ore di attacchi ininterrotti da parte delle opposizioni, l’esecutivo ha spiegato che a gennaio, al momento del rimpatrio, era già nota la volontà della Procura generale libica di incarcerarlo.

Il cambio dei rapporti di forza in Libia

È questa l’estrema sintesi di quanto accaduto nelle scorse ore. Di Almasri e della Libia ce n’eravamo occupati già nelle scorse settimane. Dietro l’arresto di ieri c’è, con ogni probabilità, un cambio dei rapporti di forza in Libia, con la Rada, la milizia del comandante nel mirino della Cpi. Milizia che ha avuto la peggio nello scontro con le forze del Governo di unità nazionale del premier Abdulhamid Dabaiba.

La Rada, le Forze speciali di deterrenza nate in contrapposizione agli uomini di Gheddafi, per anni hanno gestito la sicurezza di porti, aeroporti ed infrastutture nevralgici della Tripolitania. Negli ultimi mesi ci sono stati duri scontri con le forze di Dabaiba. Queste ultime hanno avuto la meglio riuscendo a disarmare e ridimensionare gli avversari. L’arresto di un esponente di spicco della Rada come Almasri, rimasto ormai senza la copertura della sua milizia, è utile al Gun per posizionarsi a livello internazionale come un esecutivo democratico ed attento ai diritti umani.

Il generale Almasri
Il cambio dei rapporti di forza in Libia (ANSA FOTO) – Notizie.com

A Tripoli scontri armati sono scoppiati nel maggio 2025, innescati dall’uccisione di Abdelghani Gnewa Al Kikli. A seguito di ciò, la Rada è stata indebolita militarmente e politicamente, e ha subito un ridimensionamento, con una importante cessione di fatto del monopolio delle funzioni di sicurezza delegate e della capacità di controllo del territorio. Proprio questo contesto di ridotta autonomia della Forza Rada avrebbe reso oggi il fermo di Almasri non solo materialmente possibile, ma anche funzionale a obiettivi interni del Governo libico.

Il generale, infatti, è stato arrestato su ordine della Procura, e non della Cpi. Le accuse sono di torture e trattamenti crudeli e umilianti su almeno dieci detenuti dell’istituto di correzione e riabilitazione di Tripoli. E omicidio di una delle vittime, morta in seguito alle torture subite. In Italia l’opposizione intanto ha chiesto un’informativa urgente alla Camera del governo. La segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha parlato di “figura vergognosa a livello internazionale per cui il governo deve chiedere scusa agli italiani”.

La richiesta di estradizione da parte dell’Autorità giudiziaria libica

Da Palazzo Chigi e dalla maggioranza la replica non è stata immediata. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato la notizia con un”non me sto occupando”. In serata, fonti di governo hanno invece fatto sapere che “l’Esecutivo italiano era bene a conoscenza dell’esistenza di un mandato di cattura emesso dalla Procura Generale di Tripoli a carico del libico Almasri“. Già al momento dell’arresto in Italia, nel gennaio scorso.

Insomma il Ministero degli Esteri italiano pare avesse ricevuto, pressoché contestualmente con l’emissione del mandato di cattura internazionale della Procura presso la Cpi de L’Aja, una richiesta di estradizione da parte dell’Autorità giudiziaria libica. E questo dato ha costituito una delle fondamentali ragioni per le quali il Governo italiano ha giustificato alla Cpi la mancata consegna di Almasri. E quindi la sua immediata espulsione proprio verso la Libia.

Una vittima del generale Almasri
La richiesta di estradizione da parte dell’Autorità giudiziaria libica (ANSA FOTO) – Notizie.com

Una nota riservata, firmata dal procuratore generale Al Siddiq Ahmad Al Sour e datata 20 gennaio 2025, indirizzata alla Corte d’Appello di Roma, chiedeva infatti di non procedere all’estradizione di Almasri verso la Cpi. Si sosteneva che le accuse contro di lui “rientrano nella competenza della magistratura libica“. Nel documento la Procura generale affermava che in Libia erano già in corso indagini per “torture, detenzioni arbitrarie e morti in custodia” a carico dello stesso imputato. Sottolineando che la Cpi non aveva mai avanzato alcuna richiesta di cooperazione giudiziaria.

La nota ricordava inoltre che Almasri “è un dipendente pubblico in servizio”. E che le indagini nazionali coprivano episodi avvenuti tra il 2011 e il 2024, inclusi presunti abusi nei centri di detenzione. La Procura libica riteneva pertanto “inammissibile la richiesta di estradizione” e chiedeva che il procedimento restasse “sotto la giurisdizione libica“.

La Procura della Cpi aveva però accusato il governo italiano di non aver rispettato i propri obblighi, impedendo alla giustizia internazionale di agire. Per questo il Tribunale dei ministri ha chiesto l’autorizzazione a procedere, respinta dal Parlamento il 9 ottobre scorso, contro il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, e i Ministri della Giustizia e dell’Interno Carlo Nordio e Matteo Piantedosi. È stato ipotizzato a vario titolo i reati di omissione di atti d’ufficio, concorso in favoreggiamento e peculato.

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