Le specie aliene invasive, le Ias, stanno imperversando in Italia: ne abbiamo parlato con Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente.
La noce di mare, giunta nelle acque di zavorra delle navi, che “intasa” le reti dei pescatori. L’ailanto, una pianta invasiva che minaccia addirittura il nostro patrimonio archeologico. Sono solo le ultime “minacce” all’ecosistema dell’Italia derivante dalle cosiddette specie aliene. 
Abbiamo parlato delle Ias (le specie aliene invasive) con Stefano Raimoni, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente. “Il problema delle Ias rappresenta una delle principali cause di perdita di biodiversità a livello mondiale. – ha spiegato Raimondi in esclusiva per Notizie.com – Quindi anche in Italia, visto che sono specie che si trovano al di fuori del loro areale di origine. E che, grazie alle loro capacità adattative e a particolari circostanze locali che ne facilitano l’attecchimento (ad esempio l’assenza di predatori naturali, ma non solo), si stanziano al di fuori del loro areale originario potendo riprodursi in maniera massiva e creare problemi alla fauna e alla vegetazione”.
Qualche tempo fa sono divenuti “celebri” il granchio blu in mare ed il gambero rosso della Louisiana nelle acque dolci. L’Unione europea sta monitorando con attenzione la problematica. Periodicamente l’Ue aggiorna l’elenco delle specie aliene invasive. La lista comprende sia specie animali sia vegetali. L’inserimento in lista avviene, dopo una fase di analisi e considerazioni scientifiche, nel caso in cui la loro diffusione abbia un effetto negativo significativo per la biodiversità e gli ecosistemi. O per la salute umana e l’economia.
Danni ad habitat, ecosistemi ed economia
“La comparsa delle Ias comporta un problema ambientale. – ha continuato il responsabile biodiversità di Legambiente – Queste specie entrano in concorrenza con le specie autoctone occupando le loro nicchie ecologiche. Possono ridurre la biodiversità, possono danneggiare habitat ed ecosistemi e consumare risorse locali. Possono determinare danno di natura economica, ad esempio danneggiando le attività agricole o, ancora, determinando problemi al territorio e in alcuni casi anche problemi sul piano sanitario”.
Come spiegato da Raimoni, è stato recentemente documentato un fenomeno di massiccia invasione nella laguna veneta da parte di Mnemiopsis leidyi. Si tratta di una specie nota come noce di mare, un invertebrato marino presente anche nell’elenco stilato dalla Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) sulle 100 specie più invasive al mondo. 
Originaria della costa atlantica americana, è arrivata per trasporto da parte dell’uomo con le acque di zavorra delle navi. La presenza della noce di mare si è poi consolidata a causa dell’aumento della temperatura delle acque. Determina problemi alla biodiversità marina e alla pesca. Intasando completamente le reti dei pescatori ed essendo vorace predatore di altro plancton e di larve di specie target del settore ittico. Sulla terraferma, invece, si può citare l’esempio dell’ailanto. In questo caso parliamo di una pianta di importazione che è rapidamente divenuta invasiva determinando problemi al paesaggio, alla biodiversità locale, al patrimonio archeologico, a causa delle sue radici difficili da estirpare.
Infine, le nutrie. Nel nostro Paese sono stati realizzati allevamenti per le cosiddette pellicce di castorino. Scappando dagli allevamenti, le nutrie si sono rapidamente diffuse in tutta Italia. Le principali cause delle invasioni biologiche sono la globalizzazione e l’uomo. Alla base c’è sempre un trasporto: deliberato (per allevamento, ad esempio) oppure accidentale (trasporto passivo di larve con acque di zavorra delle navi o trasporto accidentale di semi).
I cambiamenti climatici favoriscono la diffusione e l’adattamento
“In sostanza tutti i processi di globalizzazione legati a turismo e commercio con spostamenti di merci e persone. – ha affermato Raimondi – Anche se non all’origine iniziale del fenomeno, possono poi intervenire i cambiamenti climatici che favoriscono la diffusione delle specie e il loro adattamento nelle aree di invasione. I fenomeni quindi, in molti casi, possono essere strettamente collegati”.
La prima azione di difesa è quindi la prevenzione. In molti casi, come nel caso del granchio blu, l’eradicazione completa di una specie da una nuova area invasa è impossibile. È necessario evitare che alcune specie aliene possano diventare anche invasive su alcuni territori. Per le specie già presenti invece, i metodi possono essere differenziati a seconda dei casi. L’eradicazione, il contenimento e, come recentemente avvenuto per quelle specie che sono anche commestibili, l’alimentazione.
Legambiente a Notizie.com: “Attenti a non creare filiere economiche”
“Bisogna stare attenti – ha concluso il responsabile di Legambiente – a non creare filiere economiche che si basino però sulla sussistenza delle specie aliene invasive. Si incorrerebbe il rischio di generare un circuito economico drogato dalla necessità di far persistere specie dannose. Quindi questa metodologia deve essere esclusivamente mirata al contenimento numerico e non costruire nuovi business, ma rimanere limitata al tempo di permanenza della minaccia“. 
Legambiente sta attuando numerosi progetti che sono incentrati sul tema, come ad esempio il Life Asap, finalizzato sulla comunicazione del fenomeno delle Ias. L’organizzazione ambientalista sostiene anche altri progetti non necessariamente Life che, sulla base di studi rigorosi scientifici, intervengono anche con azioni di contenimento o eradicazione ove necessario. Inoltre, annualmente realizza momenti di approfondimento e di analisi. Inoltre realizza propri dossier scientifici di approfondimento, come ad esempio il Dossier Biodiversità a Rischio, elaborato a maggio in occasione della giornata mondiale della biodiversità.





