Attentato a Papa Wojtyla, 41 anni dopo: ecco chi sono i mandanti

Quasi mezzo secolo è passato dai tre colpi di pistola in piazza San Pietro diretti al Pontefice da Ali Agca, misteri e depistaggi, ora la verità

Un atto che paralizzò il mondo intero. Era il 13 maggio del 1981 Ali Ağca, militante dell’organizzazione terroristica turca dei Lupi Grigi, sparò a Karol Józef Wojtyła, il Papa asceso al soglio pontificio il 16 ottobre 1978 col nome di Giovanni Paolo II. Tre colpi di pistola sparati in piazza San Pietro colpendolo all’addome. Il terrore che si materializzò nel cuore di tutti i presenti e, qualche minuto dopo, di tutte le persone nel pianeta. Il Pontefice rischiò seriamente di morire, cinque ore e mezza di intervento chirurgico, col mondo intero in totale ansia, ma per fortuna il Papa sopravvisse e, qualche anno dopo, addirittura incontrò il suo attentatore e lo perdonò con lo stupore di tutti. Tanto si è scritto e detto su quel giorno, tante storie, tanti misteri e depistaggi, ancora oggi, in parte, non  del tutto risolti.

La storia
Un’immagine storica, era il 13 maggio 1981 e ci fu l’attentato a Giovanni Paolo II (foto Ansa)

In così tanto tempo, nonostante i diversi depistaggi e misteri che ci furono su questa storia, qualche cosa è venuta fuori, soprattutto sui mandanti e chi decise di armare Ali Agca e convincerlo a fare un atto così tremendo nei confronti di una persona buona. I nemici nei confronti di un Papa che aveva sconfitto il comunismo, sicuramente non mancavano. SEnza dimenticare del sequestro di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia, scomparsa nel nulla il 22 giugno 1983 quasi in contemporanea con Mirella Gregori, era collegato all’attentato? Al momento, questo, resta uno dei misteri più fitti, soprattutto sulla fine delle due donne.

Nè Kgb, la Cia o altre nazioni, ma le menti dell’attentato potrebbero essere dentro il Vaticano

L'incontro
L’incontro tra Papa Giovanni Paolo II e Ali Agca (foto Ansa)

Di nemici questo Papa ne aveva tanti, da Est ma anche ad Ovest, ma forse non erano così lontani come si potesse pensare anzi, qualcuno ha perfino puntato il dito forte all’interno della stessa Chiesa. E a farlo fu Francesco Pazienza, noto alle cronache politico/giudiziarie come “faccendiere”, con entrature nei Servizi. Fu incarcerato dal 25 novembre 1995 al 17 giugno 2007 perché accusato di calunnia nelle inchieste sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 e sul crac del Banco Ambrosiano. E nel suo libro (La versione di Pazienza) sembra ipotizzare proprio la possibilità che a fare del male al Papa furono persone a lui molto vicine. Un libro che sembra introvabile anche adesso, ma nel quale si troveranno nuovi interessanti aneddoti relativi ai suoi rapporti con Roberto Calvi, la P2, il Vaticano e quant’altro.

All’interno della stessa autobiografia c’è un intitolato La congiura contro il Papa, nel quale Pazienza ipotizza seriamente, con tanto di documenti e testimonianze che le menti dell’attentato al Papa forse potessero non essere il KGB, come si è sempre pensato, ma che potevano essere dentro le mura vaticane. “Di quel Papa – scrive Pazienzanon ci si poteva fidare, c’era il rischio che mettesse a repentaglio il potere consolidato costruito in tanti anni di lavoro, dentro e fuori le mura della Santa Sede. C’era il pericolo che rompesse le incrostazioni che, da “estraneo”, avrebbe finito certo per scoprire, e che avrebbe fatto in modo d’intaccare e distruggere, poiché poco o punto si conciliavano con i principi di Santa Madre Chiesa. Occorreva dunque “neutralizzare” il nuovo papa”.