Fame, siccità, rimpatri e crisi economica aggravano una delle emergenze umanitarie più gravi al mondo.
Quasi una persona su due in Afghanistan ha bisogno di aiuti umanitari. Nel 2026 sono 21,9 milioni gli afghani che necessitano di assistenza, mentre oltre 17 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta. A cinque anni dal ritorno al potere dei talebani e a quasi un anno dai terremoti che hanno colpito le province orientali del Paese, la crisi nel Paese è diventata una delle più gravi e complesse al mondo.
La popolazione sta affrontando fame, siccità e povertà, in una situazione di declino economico, servizi essenziali sempre più fragili e il rientro di milioni di persone da Iran e Pakistan. Tutto ciò aumenta la pressione sulle comunità già più vulnerabili.
A lanciare l’allarme è ActionAid Afghanistan. Secondo il direttore Srikanta Misra, i bisogni umanitari continuano a crescere ma le risorse destinate agli interventi internazionali stanno diminuendo. La situazione rischia di lasciare milioni di famiglie senza cibo, riparo e assistenza sanitaria.
Il dato più significativo riguarda la dimensione della popolazione che necessita di assistenza. Nel 2026 sono 21,9 milioni le persone che hanno bisogno di aiuti umanitari: quasi la metà degli abitanti dell’Afghanistan.
La crisi alimentare rappresenta uno degli aspetti più drammatici. Oltre 17 milioni di persone si trovano in condizioni di insicurezza alimentare acuta.
A questo si aggiunge la siccità, che sta colpendo 3,4 milioni di persone in 12 province, con conseguenze dirette sulla produzione agricola e sulla disponibilità di acqua.
La riduzione delle risorse idriche, le infrastrutture danneggiate e la carenza di servizi igienico-sanitari aumentano inoltre i rischi per la salute pubblica. Le conseguenze ricadono soprattutto sulle fasce più vulnerabili della popolazione, tra cui donne e bambini.
Tra settembre 2023 e giugno 2026 circa 6 milioni di afghani sono rientrati dall’Iran e dal Pakistan. Molti hanno fatto ritorno senza risparmi, mezzi di sostentamento o una rete familiare e sociale in grado di sostenerli.
Il loro arrivo ha aumentato la pressione su territori già alle prese con povertà e servizi pubblici limitati. Tra le aree maggiormente interessate figurano le province di confine e i principali territori di transito, tra cui Nangarhar, Herat, Kabul e Badghis.
Per molte famiglie il ritorno nel Paese è l’inizio di una nuova fase di precarietà. Alla difficoltà di trovare un’abitazione e un reddito si aggiungono la scarsità di acqua e cibo e la debolezza dei servizi essenziali.
Secondo ActionAid, a pagare le conseguenze del ritorno al potere dei talebani sono anche le donne, alle quali viene negato il diritto alla mobilità, al lavoro e all’accesso ai servizi essenziali. Le operatrici umanitarie lavorano quotidianamente per aiutarle e mantenere con loro un collegamento.
Tra queste c’è Suraya, operatrice di ActionAid nel distretto di Bala Murghab. Attraverso il suo lavoro sono stati realizzati percorsi di formazione professionale e imprenditoriale destinati a oltre 80 donne. Le attività hanno riguardato settori come agricoltura, sartoria, lavorazione del cuoio e ricamo. “Lavorare per la comunità, soprattutto per le donne rurali, non è soltanto un lavoro: è una missione umanitaria”, racconta Suraya.
Il sostegno economico è uno degli strumenti attraverso cui le donne possono recuperare autonomia all’interno di comunità profondamente colpite dalla crisi.
Tra le storie raccontate da ActionAid c’è anche quella di Meena, originaria della provincia di Nangarhar. Grazie a un programma dell’organizzazione ha avviato una piccola attività dedicata alla produzione di sottaceti e marmellate. L’impresa è cresciuta fino a darle la possibilità di impiegare altre persone e sostenere autonomamente la propria famiglia.
«Ora sono diventata economicamente autosufficiente», racconta. La sua esperienza mostra quanto i programmi di sostegno economico possano incidere sulla vita quotidiana delle donne afghane. La stessa Meena sottolinea però il divario ancora esistente: molte donne e ragazze del suo villaggio non hanno avuto la stessa opportunità.
La siccità prolungata sta colpendo 3,4 milioni di persone in 12 province e sta riducendo la produzione agricola. Meno acqua significa meno raccolti, mentre l’aumento della scarsità idrica rende più difficile anche l’accesso alle necessità quotidiane.
Il risultato è un circolo vizioso nel quale povertà, fame e crisi climatica si alimentano reciprocamente. Le comunità rurali risultano particolarmente esposte. La riduzione delle possibilità di produrre cibo e generare reddito aumenta la dipendenza dagli aiuti proprio mentre i finanziamenti internazionali attraversano una fase di contrazione.
“I tagli stanno costando vite umane”, afferma Srikanta Misra. Secondo l’organizzazione, la riduzione dei finanziamenti rallenta la risposta alle emergenze, rende più difficile raggiungere le comunità remote e lascia molte famiglie senza cibo, riparo e assistenza sanitaria.
Il rischio riguarda quindi la distanza crescente tra i bisogni della popolazione e le risorse disponibili per affrontarli. ActionAid chiede alla comunità internazionale di aumentare con urgenza i finanziamenti e garantire continuità agli interventi, con particolare attenzione a donne e ragazze.
ActionAid opera in Afghanistan dal 2002. L’organizzazione concentra le proprie attività sull’assistenza umanitaria, sulla tutela dei diritti delle donne, sull’empowerment economico, sul rafforzamento dei mezzi di sussistenza e sul sostegno alle comunità colpite dagli effetti della crisi climatica. Attualmente è presente in 18 province. Nel 2025 ha raggiunto oltre 920mila persone, appartenenti a quasi 130mila nuclei familiari.
I numeri restituiscono la dimensione di una crisi che continua a coinvolgere una parte enorme della popolazione afghana. Fame, siccità, rientri forzati e fragilità dei servizi si sommano mentre le risorse disponibili diminuiscono.
A cinque anni dal ritorno dei talebani al potere, l’Afghanistan resta quindi alle prese con una crisi umanitaria profonda. E per milioni di persone la possibilità di ricevere cibo, acqua, cure e sostegno economico continua a dipendere dalla capacità della comunità internazionale di mantenere aperto il canale degli aiuti.