Un omicidio aggravato da futili motivi, da peculiare brutalità da allarmante disinvoltura. Questi i termini usati dalla gip del Tribunale della Spezia Marinella Acerbi.
La giudice ha convalidato l’arresto di Zouhair Atif, il ragazzo marocchino di 19 anni che ha accoltellato a morte all’interno dell’Istituto tecnico Chiodo della Spezia Abanoud Youssef, 18 anni, italiano di origine egiziana e suo compagno di scuola. 
“L’aspetto più critico è la percezione di ‘normalità’ nel girare armati. Questo fenomeno può essere ricondotto a vari fattori, non ultimo la frequenza con cui serie televisive e programmi media normalizzano l’uso delle armi, portando un adolescente a emulare lo stile di vita del malavitoso piuttosto che condurre un’esistenza consona alla propria età e alle proprie esperienze”.
A parlare, in esclusiva per Notizie.com, è Flavia Munafò, criminologa, direttrice dello sportello di ascolto e prevenzione Socio Donna di Roma, presidente di Sia (Sociologi italiani associati). La gip ha ipotizzato l‘aggravante dei futilissimi motivi ma non è escluso in un secondo momento che si possa ipotizzare anche l’aggravante della premeditazione. Per questa ipotesi bisognerà però accertare che il coltello usato Atif l’abbia comprato due giorni prima e portato apposta dall’esterno, e non prelevato da casa come ricostruito in un primo momento.
La criminologa: “Al fattore emotivo si aggiunge quello culturale: una carenza di educazione”
“Anche il fattore gelosia gioca un ruolo predominante. – ci ha spiegato Munafò – Dobbiamo riflettere sul concetto di possesso. L’idea che a qualcuno non sia permesso frequentare altre persone o pubblicare foto perché considerato una proprietà altrui. In questo contesto, penso alla giovane ragazza coinvolta e ai paradossali, quanto errati, sensi di colpa che potrebbe provare.
Al fattore emotivo si aggiunge quello culturale: una carenza di educazione alla libertà, all’autoconservazione e al rispetto degli spazi individuali. Questa ‘cultura dell’appropriazione’ dell’altro permette il raggiungimento di livelli di violenza tali da sfociare in atti drammatici”. 
Atif è in carcere a Villa Andreino dalla notte di venerdì scorso. La giudice ha ipotizza che si sia trattato di un arresto “da parte di privati“. Sono stati infatti gli insegnanti a bloccare Atif e a conservare il corpo del reato consegnato poi alla polizia. Dopo l’interrogatorio di garanzia, sono state insomma smontate una dopo l’altra le spiegazioni fornite dal ragazzo.
Il presunto omicida aveva spiegato che avrebbe voluto dare “un segnale” a Youssef colpendolo alla gamba e che solo perché la vittima “si è spostata sulla sedia” è stata ferita al costato. Tante testimonianze oculari lo smentiscono, così come la dinamica e la forza impressa al colpo come da primi rilievi delle autorità sul corpo della vittima
“Un dolore immenso e la difficoltà nel rendersi conto della gravità del gesto compiuto”
“Osservando le interviste rilasciate dalle famiglie di entrambi i ragazzi, ho percepito una desolazione profondissima. – ha continuato Munafò – Nelle parole del padre del ragazzo arrestato emerge un dolore immenso e la difficoltà nel rendersi conto della gravità del gesto compiuto. Mi domando, ancora, come si possa vendere con tale leggerezza un’arma a un ragazzino poco più che maggiorenne. Considerare la vendita di un coltello, che tecnicamente è un’arma, come un atto banale è di una gravità estrema. Bisognerebbe indagare sui principi di buona norma di chi ha effettuato la vendita“.
L’avvocato di Zouhair Atif, Cesare Baldini, ha annunciato la richiesta di perizia psichiatrica, “perché siamo di fronte a una persona con un passato di sofferenze“. Atif sarebbe infatti stato lasciato in Marocco fino ai 15 anni mentre i suoi genitori si trovavano già in Italia. Poi è venuto qui un anno nel pre Covid, ha trascorso il periodo della pandemia in Marocco con la famiglia e poi è tornato qui definitivamente. “Si sente isolato, – ha detto l’avvocato – non compreso, e infatti è senza amicizie. Ha fatto atti autolesionistici nel passato”. 
“Va analizzato l’aspetto sociale. Con particolare riferimento ai compagni che sono stati travolti da un evento molto più grande di loro. – ha concluso la criminologa – La scuola, che dovrebbe rappresentare un ‘contenitore sano’ di cultura, sta purtroppo degenerando con una velocità drammatica. Lo avevamo già visto con i casi dei licei di Roma, come il Giulio Cesare, e le relative ‘liste’ pubblicate. Ora, però, siamo passati alla violenza diretta.
Non voglio credere che la violenza non sia mai esistita nelle scuole. Tutti, almeno una volta, abbiamo assistito a una rissa o a un’offesa. Ma il passaggio da una scaramuccia tra coetanei a un omicidio plateale compiuto davanti a tutta la classe è un fatto di una gravità inaudita. Come comunità educante, abbiamo il dovere di interrogarci su ciò che sta accadendo. Quando parliamo di fare prevenzione, dobbiamo farlo seriamente e con tutti i crismi del caso”.
Pochi studenti hanno deciso oggi di rientrare a scuola all’Istituto professionale Einaudi Chiodo. Quando alle 8 e 10 si sono chiuse le porte dell’ingresso laterale lungo via Capellini all’esterno sono rimasti alcuni giovani. Poco prima avevano steso uno striscione per ricordare Aba prima di allontanarsi. Con una delibera del Consiglio d’istituto adottata lunedì 19 gennaio, l’istituto superiore ha stabilito che non verranno computate le assenze per gli studenti che, nei giorni 20, 21, 22 e 23 gennaio, non si dovessero sentire ancora pronti al rientro a scuola.





