Oddi: “Maestrelli, Chinaglia e quel gruppo unico. Ora posso dirlo…abbiamo fatto la storia”

Giancarlo Oddi, stopper della Lazio del primo scudetto, ricorda quel gruppo unico che 50 anni fa fece impazzire la Roma biancoceleste e che oggi viene ricordato nella capitale

E’ uno degli ultimi testimoni viventi di quel sogno indimenticabile, che oggi compie 50 anni. Giancarlo Oddi era il romano del gruppo, uno dei leader del gruppo Chinaglia. Uno dei giocatori più rappresentativi di una squadra destinata a fare la storia della più antica società della capitale. Ascoltare i suoi racconti appassionati, i ricordi di una Lazio straordinaria e gli aneddoti di uno spogliatoio formato da uomini veri, é musica per gli amanti del calcio. Oddi arriva alla Lazio giovanissimo. Sotto la guida di Maestrelli e al fianco di Wilson, forma una delle difese più forti e solide della storia laziale.

La Lazio Campione d’Italia – Notizie.com –

 

Nella stagione 72-73 contribuisce in maniera decisiva al record di sole sedici reti subite in tutta la stagione. L’anno dopo festeggia lo scudetto senza saltare neanche un minuto in tutto il campionato. Oddi è l’amico fidato di Giorgio Chinaglia. “Un vero fuoriclasse nel giocare a carte”, disse spesso il centravanti. E’ stato uno dei confidenti del tecnico  Tommaso Maestrelli. L’allenatore ha legato con gran parte dei suoi giocatori, ma con il suo bomber e il suo stopper, ha creato un’intesa che va oltre al semplice rapporto tra tecnico e giocatore. Quando, arrivando al campo di allenamento, vede Oddi pensieroso, cerca di risolvergli direttamente i problemi, parlando con i dirigenti, amici e a volte anche con le fidanzate di turno. Un modo come un altro per sollevare i suoi calciatori dai problemi della vita di tutti i giorni e permettergli di pensare esclusivamente al campo. Oddi lo ripaga, correndo ogni partita per novanta minuti, senza mai fermarsi. Senza lesinare una sola goccia di sudore.

Molti pensano che la Lazio più bella mai vista fu quella della stagione 72-73, che sfiorò lo scudetto. Una squadra che, partita con l’obiettivo di non retrocedere, si ritrovò a lottare per lo scudetto fino all’ultimo turno.

Io lo dico spesso: quell’anno meritavamo di vincere lo scudetto. Un po’ siamo stati ingenui noi, un po’ ce lo hanno rapinato, con la sconfitta di Napoli all’ultimo turno e la vittoria, un po’ strana della Juventus a Roma contro i nostri cugini. Giocavamo un calcio bellissimo, eravamo venuti dalla serie B, con giocatori costati pochissimo, ma sul campo eravamo uniti e compatti. Alla fine guadagnammo l’esperienza che ci servì l’anno successivo per portare a casa lo scudetto”.

Quando avete capito di essere diventati una grande squadra?

“Noi eravamo dei soggetti molto particolari. Orgogliosi e spavaldi. Nella nostra testa sapevamo di poter al massimo lottare per stare a centro classifica, ma quando sentivi tifosi o cronisti che, parlando della Lazio, ipotizzavano una squadra che dovesse lottare per non retrocedere, ti scattava qualcosa dentro. Era la voglia di dimostrare a tutti che eravamo più forti di alcuni giudizi e di molti pronostici”.

Era la Juventus il vostro avversario principale?

“La Juve era la squadra da battere, ma c’erano anche Milan, Inter e Napoli che erano formazioni fortissime. Senza dimenticare il Torino, che tra l’altro ci batteva sempre. Eravamo sei o sette squadre forti e attrezzate, ma noi avevamo una cosa in più: il carattere”.

Sullo spogliatoio di quella squadra ne abbiamo sentite di tutti i colori…

“Ed è tutto vero… (ride). Noi riuscivamo a litigare su ogni cosa. Litigi che coinvolgevano tutti. Non puoi capire gli screzi durante la partitelle di allenamento. Ma c’era un rispetto talmente alto tra di noi, che i nostri litigi iniziavano e finivano li. Non mi è mai capitato di tornare a casa e restare arrabbiato con qualcuno. La conferma c’era la domenica in campo: se un avversario toccava uno dei nostri, partivano in dieci per difenderlo”.

Si è sempre parlato dei due spogliatoi di Tor di Quinto.

“Una divisione nata in maniera naturale. In uno spogliatoio c’erano i milanesi nell’altro io, Wilson, Giorgio ed altri compagni. I milanesi quando parlavano tra di loro erano difficili da capire. Ma è una cosa normalissima. Anche a me è capitato, quando sono andato a giocare al nord, di essere apostrofato come il romano, e per me non era certamente una cosa di cui vergognarsi. Così come loro non si vergognavano di essere chiamati i milanesi. Parlavano in dialetto tra di loro e avevano fatto gruppo, cosa che accadde anche nel nostro spogliatoio”.

Da una parte i milanesi, nell’altra i romani, nel mezzo, Tommaso Maestrelli, che cercava di mantenere l’equilibrio.

“Ti racconto un episodio. A Cesena parlai con un allenatore che mi rimproverava di aver vinto poco con quella Lazio. Io rispondevo sempre che, se non ci fosse stato un allenatore come Maestrelli a guidare quello spogliatoio di pazzi, non avremmo mai vinto neanche quello scudetto. Maestrelli riuscì a tirare fuori il massimo da un gruppo di soggetti molto particolari. Pensate a Chinaglia. Ma voi credete che era semplice tenere a bada uno così? Eppure Maestrelli ci riuscì. Lo coccolava, lo aveva fatto diventare uno di famiglia. Ma sapeva usare bastone e carota. Giorgio era convinto di comandare lui, ma senza neanche accorgersene, faceva tutto quello che voleva Maestrelli”.

Giancarlo Oddi lo stopper di quella squadra – Notizie.com

 

In che modo?

“Durante la settimana Maestrelli ascoltava Giorgio, gli faceva credere che avrebbe ascoltato i suoi consigli, che poi erano sempre gli stessi: lasciare fuori squadra quelli dello spogliatoio avverso. Gli diceva che aveva ragione. Giorgio si caricava, poi la domenica puntualmente Maestrelli metteva in campo i giocatori che riteneva più forti. Quindi anche quelli che Giorgio si aspettava in panchina. Lui all’inizio ci rimaneva male, poi scendeva in campo e scaricava lì la sua rabbia. Tutto questo per dire che oltre ad essere un grande allenatore, era anche uno psicologo straordinario”.

Il suo rapporto con Maestrelli?

“Di padre in figlio, come si usa dire oggi. Se io arrivavo al campo di allenamento con qualche problema, lui se ne accorgeva subito. Tante volte veniva da me e mi chiedeva se c’erano problemi a casa, si offriva di parlare direttamente con mia moglie per risolvere qualsiasi problema. Per un giocatore era il massimo. Sapevi che potevi contare sempre su di lui. In campo e nella vita privata. Pensate solo che Giorgio si trasferì a casa sua quando aveva bisogno di stare tranquillo. Maestrelli era un padre per tutti. E comunque sapeva tirare fuori il massimo da ognuno di noi. E quando c’era da alzare la voce lo faceva. Quando si arrabbiava era tosto”.

Capitolo derby. In quel biennio la Lazio ne vinse quattro su quattro. Cosa avevate in più rispetto ad una Roma che partiva spesso con i favori del pronostico?

“Noi i derby li vincevamo prima di iniziare a giocare. Nel sottopassaggio guardavamo i nostri avversari e leggevamo la paura nei loro occhi. Noi li guardavamo fissi e loro abbassavano lo sguardo. Ci temevano. Poi ci fu anche un pizzico di fortuna. In entrambe le sfide andammo al riposo in svantaggio e riuscimmo a rimontare. Basta pensare al derby d’andata. Si fa male D’Amico, entra Franzoni che non aveva ancora mai giocato in serie A. Dopo un minuto, cross in mezzo, Franzoni di testa, gol.  Eravamo bravi e anche fortunati”.

Come preparava le stracittadine un romano doc come lei?

“Per me non era facile. Io ho sempre abitato al Tufello, nella zona Talenti. E’ sempre stato il mio rione, la mia città, il mio mondo. Qui avevo i miei familiari, i miei amici e le mie conoscenze. E gran parte di loro erano romanisti. Quindi immagina quello che succedeva in quei giorni. Io per evitare problemi, la settimana del derby uscivo di casa, andavo agli allenamenti, la sera tornavo a casa e non vedevo nessuno. Non passavo mai nei bar o nei punti in cui avrei trovato i romanisti, che mi aspettavano invano. Comunque non ti preoccupare, mi rifacevo nei giorni successivi. Loro si divertivano prima, io dopo”.

La vittoria contro la Juve in casa, 3-1 gol di Garlaschelli e doppietta di Chinaglia, è la sfida che vi regala mezzo scudetto. Cosa ricorda di quella sfida?

“Loro erano convinti di vincere e di recuperare lo svantaggio che avevano in classifica. Sono scesi a Roma sicuri di batterci, ma non ci fu partita. Giocammo una gara straordinaria, davanti ad un Olimpico pieno e vincemmo una partita che ci fece prendere un gran vantaggio in classifica. Ma in quei giorni, memori di quello che accadde l’anno precedente, nessuno di noi pensò di aver già vinto lo scudetto. Iniziammo  a pensarci solo il giorno di Lazio-Foggia”.

Uno degli eroi di una squadra leggendaria – Notizie.com –

 

Arriviamo allo storico 12 maggio del 1974. Il primo ricordo di Giancarlo Oddi?

“Una partita allucinante. Ancora oggi sono convinto di non aver mai faticato così tanto in tutta la mia vita come in quei novanta minuti. Io non avevo saliva in bocca. Ho giocato tutto il tempo in apnea. Un caldo torrido, tutto lo stadio biancoceleste, la grande emozione, l’attesa di un’intera città. Ancora mi chiedo come ho fatto a reggere per novanta minuti”.

La svolta arriva nella ripresa.

“Con il rigore battuto da Chinaglia. Giorgio i rigori li batteva sempre allo stesso modo: male! Ma alla fine faceva gol. Contro la Juventus tirò un rigore vergognoso, che se Zoff resta fermo lo para senza fatica. Noi ogni volta che Chinaglia andava sul dischetto eravamo preoccupatissimi, ma sapevamo che non potevamo dire niente. Se ne avesse sbagliati tre di fila, avrebbe comunque tirato il quarto. Alla fine quello contro il Foggia fu anche calciato meglio di altri. E fece gol, come sempre”.

Perchè secondo lei quella Lazio del 1974 viene ancora oggi idolatrata e rimpianta, nonostante negli anni successivi ci furono squadre probabilmente più forti, capaci di vincere scudetti e trofei internazionali?

“Noi in quegli anni non ci siamo resi conto di quello che siamo riusciti a fare. Probabilmente lo stiamo capendo solo ora. Oggi incontriamo dei ragazzini che ci fermano e ci ringraziano per cose che non hanno vissuto. Ma che probabilmente hanno ascoltato dai loro genitori o dai nonni. In quei casi capisci che sei riuscito a fare qualcosa di grande. A regalare delle emozioni talmente forti che i tifosi si sono sentiti in dovere di parlarne ai loro figli. Quella è stata una squadra unica. Irripetibile. Come fu il Cagliari di Riva o il Verona che vinse lo scudetto negli anni ottanta”.

Perchè irripetibile?

“Innanzitutto perchè vinse il primo scudetto della storia della Lazio, poi perchè era formata da tutti giocatori italiani, ma soprattutto perchè c’erano persone forti, di carattere. Uomini di grande personalità. E parlo di tutti, dai titolari alle riserve. Tutta gente di grande carattere e di grande umanità. Ci fosse mai stata una polemica, una lamentela. Alle mie spalle avevo Polentes che era un grande difensore, ma spesso stava in panchina. Bene, io da Polentes ho sempre ricevuto consigli e incoraggiamenti. Era il mio primo tifoso. Mai una volta che si sia lamentato o che abbia provato a parlare male di me. Essendo più grande mi dava consigli che per me furono utilissimi. Una persona eccezionale, come tutti i componenti di quella squadra unica”.

Oddi e Chinaglia – Notizie.com –

 

Chiusura dedicata a Giorgio Chinaglia. Lei è la persona che ha vissuto di più al suo fianco. Ce lo può raccontare?

“Giorgio era un goleador straordinario, sul campo c’è poco da aggiungere perchè i suoi numeri li hanno visti tutti. A me piace ricordare l’amico, il fratello. Giorgio era una persona eccezionale. La gente che non l’ha conosciuto è stata sfortunata. Era uno spasso, quando stavi con lui. Era divertente in ogni cosa. Noi poi lo tormentavamo perchè, nonostante fosse in Italia da tanti anni gli era rimasto lo slang inglese e a volte se ne usciva con certi termini a metà tra l’italiano e l’inglese che ci facevano morire dal ridere. C’era Mario Facco che si annotava tutto su un quaderno e ogni tanto lo tirava fuori per divertirci insieme. E lui stava allo scherzo come pochi, nonostante il suo carattere. Era il leader in campo e lo era tra i tifosi che trascinava ovunque. Giorgio è stato l’artefice di tutto quello che accadeva in quegli anni. Artefice delle vittorie e delle nostri liti a Tor di Quinto. Aveva un’indole da guerriero, ma  un carattere da buono, forse anche troppo buono. Era troppo forte. Ripeto, chi non l’ha conosciuto non può capire quello che si è perso. Io l’ho sempre visto come un immortale, perchè era forte, fisicamente e di testa. Un guascone, uno che se c’era un problema faceva di tutto per aiutarti a risolverlo. Era sempre pronto a darti una mano, magari sbagliando, perchè a volte quando ti dava una mano piuttosto che risolvere il problema lo accentuava (ride), ma sapevi che potevi contare sempre su di lui. E tutti si affidavano a lui, dai compagni ai magazzinieri, fino ai dirigenti. Giorgio c’era sempre per tutti.  Per me era un fratello”.

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