Ecco come i colossi del web sfruttano i dati per guadagnare e sorvegliare

Spesso ci si chiede come facciamo i colossi del web a sfruttare i dati degli utenti per fare soldi, e quale altra intenzione ci sia dietro. 

È ormai ben noto a tutti che le informazioni che vengono lasciate gratuitamente in rete alimentino quella gigantesca macchina economica che è il web e soprattutto vadano a ingrassare le tasche di quelle aziende definite Big Tech, come Google e Facebook

big tech
(Ansa)

Ci sono anche tutta una serie di inserzionisti pubblicitari, che poggiano le loro fortune sulla collusione con una parte della politica nazionale e internazionale, e che ovviamente chiede qualcosa in cambio.

In vent’anni la rete ha cambiato il mondo, con molti rischi

Tutto è cambiato nel giro di una ventina d’anni in cui un ristretto gruppo di compagnie digitali sono partite quasi da zero per arrivare a diventare delle vere e proprie superpotenze economiche, più ricche di interi Stati nazionali e capaci di condizionare le politiche del mondo intero. Ovviamente, spazzando via ogni forma di concorrenza, ma anche e soprattutto riducendo a un nonnulla la privacy degli utenti. Spiando ogni loro mossa quotidiana.

Sono infatti proprio i dati ad essere il bene oggi più prezioso sul mercato internazionale. Tutta la libertà di cui infatti oggi gli utenti della rete godono ogni qualvolta che si connettono a un qualsiasi social, chattando in tempo reale con tutte le altre persone dislocate in ogni angolo del pianeta, si paga in realtà a caro prezzo. Tanto che da anni ormai eminenti studiosi spiegano che siamo finiti dentro un vero e proprio capitalismo della sorveglianza.

Tutto ciò che facciamo in rete viene monitorato e tracciato, fino ad essere convertito in merce di scambio con cui gli investitori pubblicitari generano profitti. I colossi della rete sanno ormai tutto di noi, non solo cosa acquistiamo e quali sono i nostri gusti ma anche come stiamo emotivamente, quali sono i nostri desideri e persino le emozioni che proviamo. Ogni interazione genera profitto, sfruttando il desiderio umano di piacere e di sentirsi appagati nei confronti degli altri. 

Una vera e propria trappola in cui si chiedono informazioni in cambio di socialità, al fine di generare profitto ma anche, e soprattutto, controllo. La gratuità è solo apparente. Frenare questo modello metterebbe però in pericolo il business di gran parte dei maggiori operatori del web. Così negli ultimi anni sono cresciute costantemente le pressioni nei confronti delle istituzioni per fare in modo che lo status quo non venga scalfito.

Tutte le controversie tra governi Usa e Ue e l’accordo al ribasso

Ad esempio lo scorso febbraio fu il governo Usa a spedire una una lettera a Bruxelles in cui chiedeva di non approvare norme che rischierebbero di discriminare le aziende americane, proprio nei giorni in cui l’Ue stava per varare il Digital Services Act. Gli Stati Uniti sanno infatti che lo  strapotere delle grandi compagnie digitali gioca a loro favore per mantenere la loro egemonia tanto sull’Europa quanto sul mondo intero. Così la loro posizione è quella di consentire la libera circolazione dei dati a fini commerciali e di considerarla un principio molto più grande della tutela della privacy degli utenti.

Quando lo scorso febbraio Zuckerberg minacciò addirittura di chiudere Facebook e Instagram in Europa nel caso in cui non fosse adottato “un nuovo quadro normativo sul trasferimento transatlantico dei dati”, ovvero non si fossero adottate le stesse restrizioni interne all’Europa anche per le aziende provenienti al di fuori dall’Europa, le cose si sono complicate. La firma del Trans-Atlantic Data Privacy Framewor è arrivata solo il 22 marzo tra Joe Biden e Ursula Von Der Leyen, per un accordo preliminare sul trasferimento dei dati tra Usa e Ue.

Un’intesa di principio che sulla carta dovrebbe salvaguardare privacy e libertà civili, ma molti si chiedono se questo corrisponda al vero. Visto che lo stesso Comitato europeo per la protezione ha spiegato che ci sono diversi punti che meriterebbero una certa valutazione, mentre gli esperti di privacy sembrano sempre più scettici, e vedono l’accordo come un compromesso al ribasso che rischierebbe addirittura di peggiorare le tutele per gli utenti. Non a caso, le Big Tech hanno accolto l’accordo con giubilo.